Oltre
i nostri confini, la storia di Asia Bibi. «È importante guardare oltre i nostri
confini. Perché i confini possono diventare barriere, e le barriere possono
diventare muri. E i muri non hanno nulla da insegnare!» questo è un pensiero
personale che amo condividere sui social e che rende il nostro viaggio
necessario. Da nove anni lavoro come attivista per i diritti umani. Anni
passati a lottare per chi non ha voce. Per chi chiede giustizia e libertà. Ma prima
di raccontarvi vorrei menzionare un documento importante, la “Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani”. Documento nato a Parigi il 10 febbraio 1948 e
adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione.
Al suo interno troviamo trenta articoli che man mano riporteremo in questo
nostro viaggio.
Articolo
1 - Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi
sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in
spirito di fratellanza.
La
nostra prima tappa ci porta in Pakistan perché voglio raccontarvi la storia di Asia
Naurīn Bibi, una contadina pakistana e di fede cattolica accusata di blasfemia
(per blasfemia si intende chiunque offenda con parole o atti ciò che per altri
è divino o sacro). Asia è la prima donna condannata a morte per effetto della legge
sulla blasfemia che troviamo nell’articolo 295 del codice penale del Pakistan, ed
entrata in vigore nel ‘86. Un codice penale che contempla, nei casi estremi, la
condanna a morte e non obbliga l'accusatore a dover provare ciò che dice. La
vicenda che coinvolge Asia Bibi inizia nel 2009, quando questa donna, madre di
cinque figli, durante un diverbio con altre donne di religione islamica, viene
accusata di avere offeso Maometto. Pochi giorni dopo viene arrestata e condotta
in carcere. Isolata dagli altri detenuti con il rischio di essere uccisa o
avvelenata. Asia viene condannata a morte a novembre 2010, anche se ha sempre
negato le accuse dichiarando di essere perseguitata per il suo credo religioso.
Per anni lettere e petizioni sono arrivate da tutto il mondo per chiedere la
sua scarcerazione. Nel 2005 l’incontro della figlia di Asia Bibi con Papa
Francesco. A novembre 2010 Papa Benedetto XVI ne chiede la liberazione. A
sostenere questa donna cristiana anche il governatore del Punjab (la regione
più popolosa del Pakistan), Salmaan Taseer, che per il suo impegno nella
revisione delle norme sulla blasfemia è stato assassinato a gennaio 2011 a Islamabad,
capitale del Pakistan. Due mesi dopo viene assassinato anche il Ministro per le
minoranze Shahbaz Bhatti, dopo aver difeso per anni «l'uguaglianza umana, la
giustizia sociale, la libertà religiosa, e per aver elevato e dato potere alle
comunità delle minoranze religiose» nel paese. Anche lui sostenitore di Asia
Bibi. Sono anni di preghiera quelli che hanno permesso ad una donna di
sopravvivere in condizioni di salute, sia fisica che mentale, molto critiche. A
ottobre la conferma della condanna a morte dall’Alta corte di Lahore e a giugno
del 2015 la sospensione della pena. La bella notizia arriva solo dopo nove
anni, quando la Corte Suprema, il 31 ottobre 2018, assolve Asia Bibi e ne
ordina la scarcerazione. Il primo caso che vede una persona uscire dal tunnel
della condanna per blasfemia, dove attualmente si trovano 25 cristiani e di cui
sei condannati a morte.
Un’assoluzione
che ha generato molte proteste in tutto il paese, manifestazioni legate a
partiti islamisti più radicali. Proteste terminate solo dopo la promessa, da
parte del governo, di vietare ad Asia Bibi di lasciare il paese. Un capitolo,
nella storia del Pakistan, che rende giustizia alla libertà. Alla libertà di
poter vivere e coltivare il proprio credo religioso. Una storia che merita di
essere raccontata, condivisa e vale la pena di essere approfondita. Oggi Asia
vive in Canada insieme alla sua famiglia. Una storia che meritava sicuramente
un lieto fine.
Tratto
dal libro «Enfin Libre!» (Finalmente libera!), scritto da Asia Bibi e dalla
giornalista francese Anne-Isabelle Tollet, «Il terzo giorno dopo la mia
condanna, mentre pregavo, un uccellino è venuto a posarsi sul davanzale della
finestra della mia cella e mi ha guardata. Io gli ho domandato: “Ti ha mandato
Dio?”. Poi se n’è andato, ma è tornato ogni giorno per tre anni. Avevo
l’impressione che mi parlasse ed è stato per me simbolo di speranza. Ho pregato
molto durante tutta la mia detenzione. Sola nella mia cella, mi immaginavo Gesù
e gli parlavo. Gli chiedevo di liberarmi. Questo legame mi ha dato forza e
speranza. Ho sempre pensato che la giustizia avrebbe trionfato e che sarei
stata liberata».
Mariacarmela
Ribecco (Human Rights Activist)
