mercoledì 10 giugno 2020

Oltre i nostri confini - Parte 1 - “La storia di Asia Bibi”

Oltre i nostri confini, la storia di Asia Bibi. «È importante guardare oltre i nostri confini. Perché i confini possono diventare barriere, e le barriere possono diventare muri. E i muri non hanno nulla da insegnare!» questo è un pensiero personale che amo condividere sui social e che rende il nostro viaggio necessario. Da nove anni lavoro come attivista per i diritti umani. Anni passati a lottare per chi non ha voce. Per chi chiede giustizia e libertà. Ma prima di raccontarvi vorrei menzionare un documento importante, la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Documento nato a Parigi il 10 febbraio 1948 e adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione. Al suo interno troviamo trenta articoli che man mano riporteremo in questo nostro viaggio.
Articolo 1 - Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.


La nostra prima tappa ci porta in Pakistan perché voglio raccontarvi la storia di Asia Naurīn Bibi, una contadina pakistana e di fede cattolica accusata di blasfemia (per blasfemia si intende chiunque offenda con parole o atti ciò che per altri è divino o sacro). Asia è la prima donna condannata a morte per effetto della legge sulla blasfemia che troviamo nell’articolo 295 del codice penale del Pakistan, ed entrata in vigore nel ‘86. Un codice penale che contempla, nei casi estremi, la condanna a morte e non obbliga l'accusatore a dover provare ciò che dice. La vicenda che coinvolge Asia Bibi inizia nel 2009, quando questa donna, madre di cinque figli, durante un diverbio con altre donne di religione islamica, viene accusata di avere offeso Maometto. Pochi giorni dopo viene arrestata e condotta in carcere. Isolata dagli altri detenuti con il rischio di essere uccisa o avvelenata. Asia viene condannata a morte a novembre 2010, anche se ha sempre negato le accuse dichiarando di essere perseguitata per il suo credo religioso. Per anni lettere e petizioni sono arrivate da tutto il mondo per chiedere la sua scarcerazione. Nel 2005 l’incontro della figlia di Asia Bibi con Papa Francesco. A novembre 2010 Papa Benedetto XVI ne chiede la liberazione. A sostenere questa donna cristiana anche il governatore del Punjab (la regione più popolosa del Pakistan), Salmaan Taseer, che per il suo impegno nella revisione delle norme sulla blasfemia è stato assassinato a gennaio 2011 a Islamabad, capitale del Pakistan. Due mesi dopo viene assassinato anche il Ministro per le minoranze Shahbaz Bhatti, dopo aver difeso per anni «l'uguaglianza umana, la giustizia sociale, la libertà religiosa, e per aver elevato e dato potere alle comunità delle minoranze religiose» nel paese. Anche lui sostenitore di Asia Bibi. Sono anni di preghiera quelli che hanno permesso ad una donna di sopravvivere in condizioni di salute, sia fisica che mentale, molto critiche. A ottobre la conferma della condanna a morte dall’Alta corte di Lahore e a giugno del 2015 la sospensione della pena. La bella notizia arriva solo dopo nove anni, quando la Corte Suprema, il 31 ottobre 2018, assolve Asia Bibi e ne ordina la scarcerazione. Il primo caso che vede una persona uscire dal tunnel della condanna per blasfemia, dove attualmente si trovano 25 cristiani e di cui sei condannati a morte.
Un’assoluzione che ha generato molte proteste in tutto il paese, manifestazioni legate a partiti islamisti più radicali. Proteste terminate solo dopo la promessa, da parte del governo, di vietare ad Asia Bibi di lasciare il paese. Un capitolo, nella storia del Pakistan, che rende giustizia alla libertà. Alla libertà di poter vivere e coltivare il proprio credo religioso. Una storia che merita di essere raccontata, condivisa e vale la pena di essere approfondita. Oggi Asia vive in Canada insieme alla sua famiglia. Una storia che meritava sicuramente un lieto fine.
Tratto dal libro «Enfin Libre!» (Finalmente libera!), scritto da Asia Bibi e dalla giornalista francese Anne-Isabelle Tollet, «Il terzo giorno dopo la mia condanna, mentre pregavo, un uccellino è venuto a posarsi sul davanzale della finestra della mia cella e mi ha guardata. Io gli ho domandato: “Ti ha mandato Dio?”. Poi se n’è andato, ma è tornato ogni giorno per tre anni. Avevo l’impressione che mi parlasse ed è stato per me simbolo di speranza. Ho pregato molto durante tutta la mia detenzione. Sola nella mia cella, mi immaginavo Gesù e gli parlavo. Gli chiedevo di liberarmi. Questo legame mi ha dato forza e speranza. Ho sempre pensato che la giustizia avrebbe trionfato e che sarei stata liberata».
Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

Libertà violate

Varcare, superare le porte di un carcere per ritornare alla propria vita. L’innocenza di un essere umano può nascondersi tra leggi e sentenz...