Il coraggio di una madre. La forza che spinge una donna a chiedere giustizia per sua figlia. Messico. L’incubo di Marisela Escobedo Ruiz inizia nel 2008. Sua figlia Ruby, di soli sedici anni, viene uccisa, bruciata e poi il suo corpo gettato in una discarica di Ciudad Juarez.
Ciudad Juárez è la città più popolosa dello stato messicano di Chihuahua e viene considerata la città più pericolosa del mondo. Tristemente nota, dal 1993, anche per essere stata teatro della scomparsa di 4.500 donne e di 400 omicidi di giovani donne. L’omicidio di Ruby, però, porta al suo assassino. La polizia, un anno dopo, arresta il suo compagno, Sergio Bocanegra. Viene portato in giudizio. Lui confessa, poi ritratta, e alla fine viene assolto per insufficienza di prove. Dopo molte proteste un nuovo processo condanna il killer.
Marisela Escobedo Ruiz cerca di ritrovare l’omicida di sua figlia ormai latitante. Lui non ha paura della polizia e dell’esercito messicano e quando questa madre assetata di giustizia lo trova lui la minaccia apertamente. Marisela sceglie di percorrere la strada di un presidio solitario davanti al palazzo del governo a Chihuahua e dichiara «Se vogliono farmi fuori che lo facciano qui davanti. Sarà una vergogna per il governo». Il 16 dicembre 2010 un uomo avvicina Marisela. Lei tenta di fuggire ma lui la raggiunge uccidendola. Nessun lieti fino per una delle tante storie che coinvolge e sconvolge Ciudad Juarez.
Nel 2006, a queste donne vittime di femminicidio, viene dedicato un film “Bordertown”. Diretto da Gregory Nava ed interpretato da Jennifer Lopez, Antonio Banderas e Martin Sheen. Film che consiglio di vedere almeno una volta..
Chi è Alessandra?
Sono nata a Magenta e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su diverse testate, quasi tutte online. Attualmente scrivo su “Al – Maghrebiya” diretto dalla saggista, giornalista e politica Souad Sbai, che si occupa di diritti delle donne musulmane e non solo e si espone contro gli integralismo/terrorismo di matrice islamica e per l’integrazione degli immigrati.
Quale storia di cronaca sul femminicidio ti ha colpita
di più?
Ce ne sono più di una. Per esempio quella a cui è ispirato il mio primo racconto, “Dopo la Notte”. E’ una storia avvenuta non in Italia ma in Medio Oriente e che ho letto su un quotidiano: diverse ragazze di una famiglia arabo - israeliana vittime di delitto d’onore (alcune avevano rifiutato un matrimonio combinato come in qualche caso è avvenuto anche qui in Italia per ragazze di famiglie islamiche), finché certe hanno finalmente rotto il muro di omertà a cui venivano costrette e dietro a cui si trinceravano. O ancora la storia di una donna italiana che una quindicina di anni fa è stata vittima di delitto d’onore per aver rinnegato la famiglia mafiosa ed essersi innamorata di un carabiniere, da cui aveva avuto un bambino … Un’altra è quella di Rachida Radi, donna che nel 2011 è stata uccisa dal marito a Brescello, in provincia di Reggio Emilia, perché voleva il divorzio, faceva volontariato in parrocchia e si era convertito al cattolicesimo. Ricordo Jennifer Zacconi, sepolta ancora viva dall’amante, padre di due figli, perché aspettava un bambino. Era il 2006. Ricordo anche la 17enne Carmela Petrucci, che è stata uccisa nel 2012 a Palermo per difendere la sorella Lucia dal suo fidanzato. Lucia è rimasta ferita, ma si è salvata grazie al sacrificio di Carmela. Come non ricordare poi la storia della testimone di giustizia Lea Garofalo, uccisa a Milano e poi bruciata nel quartiere di San Fruttuoso a Monza dall’ex compagno, da due ex cognati, dall’ex fidanzato della figlia Denise e da altri, perché aveva rotto con la sua famiglia e con quella dell’ex compagno, appunto, legate alla ‘ndrangheta? L’ha fatto soprattutto per il bene della figlia ed è caduta in trappola proprio perché l’ex le aveva chiesto di incontrarla per “parlare del suo futuro”. Poi la stessa figlia, ancora minorenne, è stata testimone chiave del femminicidio della madre. … ”
Cosa pensi del coraggio delle donne che lottano ogni
giorno per sconfiggere questo crimine così diffuso nel mondo?
Ovviamente penso
tutto il bene possibile. Mi dispiace solo che nel 2021 si debba combattere contro
una cosa del genere, per cui magari si prende a pretesto la cultura e/o la
religione.
Il coraggio è un elemento fondamentale nella lotta al femminicidio, e che può portare a condanne che permettono di rallentare una piaga sociale che coinvolge ogni angolo del mondo. Siamo obbligati dalle nostre coscienze a tutelare il futuro delle donne. Il nostro sguardo torna ancora una volta sulla dichiarazione universale dei diritti umani. Articolo 8 «Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge».
Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)