domenica 2 gennaio 2022

Libertà violate

Varcare, superare le porte di un carcere per ritornare alla propria vita. L’innocenza di un essere umano può nascondersi tra leggi e sentenze inique. Tante sono le persone ingiustamente condannate e esiliate nelle carceri di molti paesi. Nazioni dove le condanne avvengono in assenza di avvocati e accuse fondate. Patrick Zaki è tornato a casa dopo 22 mesi di detenzione. Il suo incubo è iniziato il 7 febbraio 2020, dopo l'arresto eseguito all’aeroporto del Cairo dalle autorità egiziane. Accusato di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie e propaganda per il terrorismo. Il suo avvocato dichiara che Patrick è stato sottoposto a torture. Una detenzione preventiva più volte prolungata e la prima udienza in cui la Procura suprema accusa il giovane studente di “diffusione di false notizie dentro e fuori il paese”, inerente ad un articolo pubblicato su un giornale libanese nel 2019. L’articolo contiene alcune persecuzioni e discriminazioni subite dalla comunità copta egiziana. Al termine della terza udienza, il 7 dicembre 2021, il tribunale ne ordina la scarcerazione fino alla restante durata del processo. Un sospiro di sollievo ha accompagnato la sua liberazione avvenuta l'8 dicembre. Adesso si attende la data del primo febbraio con una nuova udienza che si spera lo scagionerà dalle accuse. L’abbraccio tra Patrick e la sua famiglia è un immagine che riscalda il cuore. “I was fortunate enough to be among my family and loved ones on a day like today, but I can’t forget my brothers and sisters who are still not among their families. I hope next year everyone will be in their homes on every occasion or moment they used to spend with their loved ones and no one is deprived of warm moments which when you miss when you are alone, you can't erase this from your memory.I wish everyone a happy new year.” è il  suo messaggio pubblicato su Twitter il 31 dicembre 2021. 

L’Egitto però non resta l’unico paese dove si susseguono casi che riguardano persone innocenti accusate per il loro attivismo civile. Sono l’Iran, dove attualmente sono detenuti giornalisti, avvocati, attivisti e cittadini che sfidano le dure leggi del loro paese. Penso al Pakistan, che continua ad incarcerare tutti coloro che vengono accusati di blasfemia. Minori e adulti che non hanno diritto a potersi difendere. Spesso abbandonati dalle loro famiglie per paura di subire minacce e omicidi. Ricordo l’ondata di arresti in Bahrain. Torture e detenzioni in un paese della quale si parla sempre troppo poco. Un paese che meriterebbe più interesse da parte dell’informazione internazionale e che testimonia di un governo capace di reprimere le proteste, manifestazioni che continuano a mietere vittime. Luglio 2021. A Cuba più di cinquemila persone sono state arrestate nei tre giorni di proteste contro il governo. Tra loro attivisti e giornalisti. Cina, Turchia, Filippine ... e le torture che viaggiano sulla rete attraverso dei filmati che raccontano cosa accade dietro le sbarre. Una crudeltà che lascia sbigottiti. Siamo davvero pronti ad affrontare un nuovo anno che sappiamo già pronto a ricordarci che la libertà resta un miraggio?    

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

martedì 30 novembre 2021

Racconti dal confine tra Bielorussia e Polonia …

Attonita e disarmata. La sofferenza che arriva dal confine tra Bielorussia e Polonia non è così lontana come può sembrare. Perché non racconta di una guerra lontana ma di una crisi umanitaria talmente vicina da poterla sentire. Sono famiglie che scelgono di lasciare una nazione in guerra per trovare rifugio in un nuovo paese che potrebbe concede un barlume di speranza e libertà. 

Perché l’Europa è questo, un traguardo che diventa un’isola irraggiungibile. Un lungo viaggio che inizia dal Medioriente e che poi fa tappa in Bielorussia. Sono centinaia le persone spinte al confine con la Polonia. Perché una famiglia è un numero che va ad aggiungersi ad altre e che possono diventare il fardello di una Europa che non ha ancora imparato a dare sostegno e accoglienza. 


Chi segue la vicenda sul campo è un faro acceso che ci permette di ricevere informazioni preziose. Cosimo Caridi, Giornalista e videomaker, scrive dal suo profilo social di Facebook …

16 Novembre 2021

É difficile avere numeri affidabili su quante persone ci sono al confine. Secondo l’analista e dissidente bielorusso Franac Viačorka sono 3500 i profughi che hanno passato la notte nell’area. Viačorka valuta tra gli 8 e 22mila i migranti arrivati dal medioriente e ancora presenti sul territorio nazionale. Tra questi c’é Taman. Iracheno, nove anni e due protesi al posto delle gambe.

Nello stesso giorno …

Scontri alla frontiera. La polizia polacca sta usando idranti e lacrimogeni. La tv di stato bielorussa sta trasmettendo tutto live. Al ‘campo’ ci sono pochissimi giornalisti: la troupe della BBC sta facendo un lavoro incredibile. La Polonia invece tiene i cronisti a tre chilometri dal confine. Dopo gli scontri di oggi la #Bielorussia ha aperto il centro logistico alla frontiera per ospitare i migranti. #Minsk ha mandato degli ispettori a investigare sui 'crimini di guerra' commessi dalla #Polonia contro i profughi.

Il 18 novembre Cosimo Caridi pubblica un nuovo post su quello che sta accadendo …

É morto di freddo nei boschi. Aveva un anno, era siriano. I genitori sono stati trovati da un gruppo di medici volontari, anche loro sono in gravi condizioni. La polizia polacca ha detenuto oltre 100 profughi nelle ultime 24 ore. Dovrebbero esserci altre 3/400 persone nascoste dopo che hanno attraversato il confine la notte scorsa.

Il freddo diventa pungente in un luogo di confine dove le temperature si abbassano sotto lo zero, una coperta non basta e il calore di una mamma non riesce a scaldare il piccolo corpo di un figlio. È così che può morire, tra le braccia di sua madre, una giovane vita in attesa di un futuro degno di essere vissuto. Decido di spostarmi su un altro profilo Facebook. È quello di Nawal Soufi, attivista per i diritti umani e collaboratrice volontaria durante la fase di soccorso dei migranti, che continua instancabilmente ad aiutare famiglie e a consegnare generi alimentari nei boschi al confine tra Bielorussia e Polonia.

16 novembre 2021

Questo è il valico di frontiera, dove sono ammassate circa 4000 persone. Le forze dell’ordine polacche stanno lanciando in questo momento dei gas lacrimogeni molto forti contro le famiglie, persino contro i bambini. La situazione sta diventando sempre più tesa e le violenze nei confronti dei migranti oramai sono all’ordine del giorno e sempre più devastanti.

Il 17 novembre 2021 il racconto di una storia …

Questa è la storia di amore di una mamma per i suoi due figli, una mamma che lascia la Siria per arrivare in Bielorussia e riabbracciare i suoi figli, che sono in Germania, dopo 11 anni di separazione. Quando arriva nella foresta tra Bielorussia e Polonia ha inizio il calvario. Viene respinta numerose volte, soffre il freddo la fame e la sete. I ragazzi sono in Germania e continuano a vedere e leggere notizie della morte delle persone in frontiera polacca / bielorussa e sono ossessionati dal terrore di sentire la notizia della morte della loro amata madre. Continuano a mandarmi fotografie di lei nella foresta e poi decidono di venire loro stessi in Polonia dove riescono a riabbracciare la mamma… dopo 11 anni. E decidono di fare il più grande gesto di amore che si possa fare. Fanno salire la loro adorata madre in macchina e continuano il viaggio verso la Germania ma vengono fermati al confine tra Polonia e Germania e accusati di essere trafficanti di merce umana. La madre viene separata dai figli e in questo momento non sappiamo dove si trovi. È stata presa dalle autorità tedesche e ancora non si sa se resterà in Germania o se verrà respinta e riportata in Polonia (poiché qui aveva rilasciato le impronte)

Per chi desidera sostenere Nawal Soufi

Iban: IT58Y0760101600001037851985

BIC/Swift : BPPIITRRXXX

Paypal:

nawalnoborder2@libero.it

Mentre acquistiamo i primi regali di Natale, tra gli spot televisivi che mostrano come sostenere un bimbo a distanza, le parole solidarietà e sostegno che sventolano tra le varie iniziative che ci circondano sul territorio, io vorrei concedermi di ricevere un regalo diverso dagli altri: sapere che le tante famiglie bloccate al confine tra Bielorussia e Polonia hanno trovato finalmente un rifugio sicuro dove il calore umano possa aiutarli. Perché la solidarietà non è uno spot da condividere in una manciata di secondi su un social. Perché ogni essere umano merita rispetto, anche quando non ne sentiamo il dolore. Ogni strada, ogni azione, ogni gesto, che sia il più piccolo è pur sempre un grande miracolo … non solo a Natale!  

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

 

domenica 31 ottobre 2021

Oltre i nostri confini - Parte 8 - “Messico, il coraggio di Marisela”

Il coraggio di una madre. La forza che spinge una donna a chiedere giustizia per sua figlia. Messico. L’incubo di Marisela Escobedo Ruiz inizia nel 2008. Sua figlia Ruby, di soli sedici anni, viene uccisa, bruciata e poi il suo corpo gettato in una discarica di Ciudad Juarez. 

Ciudad Juárez è la città più popolosa dello stato messicano di Chihuahua e viene considerata la città più pericolosa del mondo. Tristemente nota, dal 1993, anche per essere stata teatro della scomparsa di 4.500 donne e di 400 omicidi di giovani donne. L’omicidio di Ruby, però, porta al suo assassino. La polizia, un anno dopo, arresta il suo compagno, Sergio Bocanegra. Viene portato in giudizio. Lui confessa, poi ritratta, e alla fine viene assolto per insufficienza di prove. Dopo molte proteste un nuovo processo condanna il killer. 

Marisela Escobedo Ruiz cerca di ritrovare l’omicida di sua figlia ormai latitante. Lui non ha paura della polizia e dell’esercito messicano e quando questa madre assetata di giustizia lo trova lui la minaccia apertamente. Marisela sceglie di percorrere la strada di un presidio solitario davanti al palazzo del governo a Chihuahua e dichiara «Se vogliono farmi fuori che lo facciano qui davanti. Sarà una vergogna per il governo». Il 16 dicembre 2010 un uomo avvicina Marisela. Lei tenta di fuggire ma lui la raggiunge uccidendola. Nessun lieti fino per una delle tante storie che coinvolge e sconvolge Ciudad Juarez. 

Nel 2006, a queste donne vittime di femminicidio, viene dedicato un film “Bordertown”. Diretto da Gregory Nava ed interpretato da Jennifer Lopez, Antonio Banderas e Martin Sheen. Film che consiglio di vedere almeno una volta.

Per continuare a parlare di femminicidio mi affido anche alle sagge parole di Alessandra Boga.

Chi è Alessandra?

Sono nata a Magenta e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su diverse testate, quasi tutte online. Attualmente scrivo su “Al – Maghrebiya” diretto dalla saggista, giornalista e politica Souad Sbai, che si occupa di diritti delle donne musulmane e non solo e si espone contro gli integralismo/terrorismo di matrice islamica e per l’integrazione degli immigrati.

Quale storia di cronaca sul femminicidio ti ha colpita di più?

Ce ne sono più di una. Per esempio quella a cui è ispirato il mio primo racconto, “Dopo la Notte”. E’ una storia avvenuta non in Italia ma in Medio Oriente e che ho letto su un quotidiano: diverse ragazze di una famiglia arabo - israeliana vittime di delitto d’onore (alcune avevano rifiutato un matrimonio combinato come in qualche caso è avvenuto anche qui in Italia per ragazze di famiglie islamiche), finché certe hanno finalmente rotto il muro di omertà a cui venivano costrette e dietro a cui si trinceravano. O ancora la storia di una donna italiana che una quindicina di anni fa è stata vittima di delitto d’onore per aver rinnegato la famiglia mafiosa ed essersi innamorata di un carabiniere, da cui aveva avuto un bambino … Un’altra è quella di Rachida Radi, donna che nel 2011 è stata uccisa dal marito a Brescello, in provincia di Reggio Emilia, perché voleva il divorzio, faceva volontariato in parrocchia e si era convertito al cattolicesimo. Ricordo Jennifer Zacconi, sepolta ancora viva dall’amante, padre di due figli, perché aspettava un bambino. Era il 2006. Ricordo anche la 17enne Carmela Petrucci, che è stata uccisa nel 2012 a Palermo per difendere la sorella Lucia dal suo fidanzato. Lucia è rimasta ferita, ma si è salvata grazie al sacrificio di Carmela. Come non ricordare poi la storia della testimone di giustizia Lea Garofalo, uccisa a Milano e poi bruciata nel quartiere di San Fruttuoso a Monza dall’ex compagno, da due ex cognati, dall’ex fidanzato della figlia Denise e da altri, perché aveva rotto con la sua famiglia e con quella dell’ex compagno, appunto, legate alla ‘ndrangheta? L’ha fatto soprattutto per il bene della figlia ed è caduta in trappola proprio perché l’ex le aveva chiesto di incontrarla per “parlare del suo futuro”. Poi la stessa figlia, ancora minorenne, è stata testimone chiave del femminicidio della madre. … ”

Cosa pensi del coraggio delle donne che lottano ogni giorno per sconfiggere questo crimine così diffuso nel mondo?

Ovviamente penso tutto il bene possibile. Mi dispiace solo che nel 2021 si debba combattere contro una cosa del genere, per cui magari si prende a pretesto la cultura e/o la religione.

Il coraggio è un elemento fondamentale nella lotta al femminicidio, e che può portare a condanne che permettono di rallentare una piaga sociale che coinvolge ogni angolo del mondo. Siamo obbligati dalle nostre coscienze a tutelare il futuro delle donne. Il nostro sguardo torna ancora una volta sulla dichiarazione universale dei diritti umani. Articolo 8 «Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge».

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

 

giovedì 16 settembre 2021

Le guerre. Il diritto all’infanzia. Il reclutamento dei bambini nei conflitti armati.

The anger of man has no limits. The anger of man against children is pure cruelty. (La rabbia dell'uomo non ha limiti. La rabbia dell'uomo contro i bambini è pura crudeltà.) Ed è proprio con questo pensiero personale che desidero parlarvi di una realtà che mi sconvolge. Una realtà dove è difficile trovare una ragionevole risposta. Proteggere un bambino significa tutelare il futuro dell’umanità, ad ogni costo e senza mai scendere a compromessi. Eppure i diritti dei fanciulli, ogni giorno, vengono violati. L’argomento riguardante il reclutamento dei minori nei conflitti armati sembra trovare poco spazio nelle pagine dell’informazione. 

Per approfondire, e conoscere meglio questa terribile realtà, siamo entrati in contatto con Gabriele Paglialonga, attivista per i Diritti Umani e coordinatore della Divisione Diritti dell'Infanzia presso Amnesty International Italia, alla quale ho rivolto alcune domande. 

In quali paesi del mondo i bambini vengono arruolati nei gruppi armati?

Negli ultimi tre decenni è cambiata la fisionomia dei conflitti. Non si assiste più alla contrapposizione armata tra Stati, ma all’esplosione di crisi interne in cui gruppi politici, fazioni, gruppi religiosi o etnici si misurano tra loro, determinando il collasso delle strutture statali e il proliferare di violazioni e abusi dei diritti fondamentali su larghissima scala. In queste guerre il fronte non si trova lontano, in un luogo definito, ma è dappertutto, tra le case, nelle strade, nelle piazze dove la gente è in fila per il pane, quindi, l’impiego di bambini soldato avviene sì nei gruppi armati di opposizione ma anche negli eserciti regolari, in questo caso in maniera marginale. I paesi in cui è documentato il loro impiego, dal 2016 ad oggi, sono 18: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen. Nonostante gli sforzi per contrastare questo fenomeno, il numero di casi registrati è costantemente aumentato dal 2012 al 2020. E ci sono anche le bambine soldato. Smentendo così il luogo comune che vuole i maschietti “propensi” alla guerra. In alcuni casi le ragazze costituiscono il 40% dei minori che combattono nei conflitti armati, spesso vittime di violenza di genere.

Esistono dei progetti di reintegrazione di ex bambini soldato?

Numerosi sono i trattati internazionali che sanciscono la tutela e la protezione dei minori. Sebbene molti paesi abbiano siglato tali convenzioni riconoscendo che reclutare con la forza i bambini in un conflitto è un (*) crimine, non tutti si sono impegnati legalmente per ratificarli. Uno dei nostri obiettivi prioritari è sollecitare quei Paesi a firmare e ratificare il 2° (**) Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che proibisce il reclutamento coercitivo e l’impiego in un conflitto armato di qualsiasi individuo che non abbia ancora compiuto i 18 anni, adottando misure efficaci per proteggere i minori dal reclutamento forzato o volontario o dall’uso nelle forze armate. Nell'aprile 2019, Virginia Gamba, Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i minori coinvolti nei conflitti armati, ha lanciato la campagna "Agire per proteggere i bambini colpiti dai conflitti armati". La campagna, che durerà fino alla fine del 2022, ha lo scopo di ampliare la portata della precedente campagna "Children not Soldiers" concentrandosi su tutte e sei le gravi violazioni che colpiscono i bambini coinvolti nei conflitti armati nel tentativo di promuovere un approccio globale in risposta a tali violazioni. La campagna cercherà di rafforzare la collaborazione tra le Nazioni Unite, la società civile e la comunità internazionale per sostenere azioni volte a porre fine e prevenire gravi violazioni commesse contro i bambini in tempi di conflitto. A questi impegni scritti, se saranno rispettati, chiediamo di assicurare che gli ex bambini soldato abbiano accesso a programmi di sostegno a lungo termine funzionali al loro reinserimento nella comunità. Solo così ci troveremmo di fronte alla promozione di programmi di reinserimento dei piccoli combattenti nella vita civile, nel pieno rispetto dei loro diritti, inizialmente attraverso l’ospitalità in un luogo protetto con accesso a cure mediche e un costante supporto psicologico ed emozionale, per poi essere ricongiunti con le famiglie di origine. I programmi DDR In base all’art.6(3) del Protocollo gli stati devono avviare programmi di “Disarmo, Smilitarizzazione (Demobilisation) e Reintegrazione” (DDR) per aiutare i bambini e le bambine soldato a superare i traumi fisici, ma soprattutto psicologici causati dall’arruolamento e a riprendere la loro vita all’interno della comunità. La maggior parte delle ragazze, tuttavia, pur avendo maggior bisogno di cura e di protezione, sono spesso escluse perché considerate “mogli” dei combattenti. La maternità costituisce un ulteriore impedimento al reinserimento, perché la comunità di origine potrebbe rifiutare di accoglierle ed assisterle a causa del “figlio illegittimo”, a prescindere dal fatto che sia stato concepito contro la loro volontà.

Da anni lavori come coordinatore della Divisione Diritti dell'Infanzia presso Amnesty International Italia. Quali sono le storie che ti hanno toccato di più?

Sicuramente quando fu dato l’annuncio della studentessa e attivista pakistana per il diritto all’istruzione Malala Yousafzai e l’attivista indiano per i diritti dei minori Kailash Satyarthi insigniti del premio Nobel per la pace. A livello personale, sono felice che il premio sia andato a due colleghi che ammiro. Vere ispirazioni per battersi per i diritti dei bambini e delle bambine. Malala, l'anno precedente, nel 2013, ha anche ricevuto il più alto riconoscimento di Amnesty International, il premio Ambasciatore della coscienza. Grande soddisfazione invece per l’approvazione in Italia di due importanti strumenti legislativi dedicati alla protezione dei minori, che noi associazioni ed organizzazioni abbiamo promosso e sostenuto, sin da quando sono stati depositati, fornendo importanti contributi ai testi, alla luce della nostra esperienza diretta con i minori. Il primo, votato il 19 Settembre 2012 all'unanimità dall'Aula del Senato italiano, il testo di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori e contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale anche a mezzo Internet, al termine di un iter durato 5 anni. Il Capo II della legge che recepisce le disposizioni della Convenzione, detta disposizioni di adeguamento dell'ordinamento interno che prevede rilevanti "novelle" al codice penale, anche quando consumati al di fuori dei confini nazionali. Un altro risultato storico atteso da tre anni quello entrato in vigore del provvedimento il 06 maggio 2017, quando il parlamento italiano approva la tanto attesa legge che regola l’accoglienza e la protezione dei minori stranieri non accompagnati (MSNA), diventati titolari di diritti in materia di protezione dei minori a parità di trattamento con i/le minori di cittadinanza italiana o dell'Unione europea. L’auspicio è che queste leggi possano essere di esempio anche per altri Paesi europei ed extra-EU, uno stimolo ad andare avanti sugli enormi problemi dei diritti umani dei minori che abbiamo di fronte in questo periodo nel mondo. Ringraziando i parlamentari delle diverse forze politiche che hanno sostenuto i provvedimenti, sarà fondamentale che tutte le disposizioni previste trovino piena applicazione ed è nostro obiettivo continuare a lavorare insieme per assicurare che ciò avvenga, consapevoli di aver fornito alle nuove generazioni le conoscenze e gli strumenti per potersi attivare in difesa dei propri diritti e di quelli altrui. Questo è possibile grazie a persone che con una firma, una donazione o scendendo in piazza, ci aiutano a tenere accesa la fiamma dei diritti umani. Ricorda, è merito tuo: #AmnestyIsYou.

Tutti i bambini hanno diritto a ...

… un mondo a misura di bambino e bambina: un buon modo per dare seguito al salto culturale prodotto dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell’adolescenza, il trattato più ratificato della storia, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

Tante sono le problematiche che viaggiano e cercano sostegno, per regalare un futuro giusto ed equo alle nuove generazioni che ci guardano con immensa curiosità. Proteggere l’infanzia di un bambino significa restituire al mondo un barlume di speranza. Le guerre sono le macchie nere che imbrattano la nostra storia. I bambini reclutati nei conflitti sono la cicatrice che ci ricorda il fallimento che l’essere umano porta avanti senza comprensione e senza pietà.   

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

(*) Secondo lo Statuto della Corte Penale Internazionale, nella definizione di “crimini di guerra” è incluso il “reclutare o arruolare fanciulli di età inferiore ai quindici anni nelle forze armate nazionali o farli partecipare attivamente alle ostilità” e “reclutare o arruolare fanciulli di età inferiore ai quindici anni nelle forze armate o in gruppi armati o farli partecipare attivamente alle ostilità” (art. 8.2 lett.b). Con questo articolo viene proibita non solo la partecipazione diretta dei bambini ai combattimenti, ma anche la loro partecipazione attiva alle attività militari collegate come l’esplorazione, lo spiare, il sabotaggio e l’uso dei bambini come facchini, corrieri, o basisti nei punti di controllo militari. Lo Statuto definisce “crimine contro l’umanità” anche lo sfruttamento sessuale (art. 7.1 g). Lo Statuto è entrato in vigore il 1° luglio 2002 con la ratifica da parte del sessantesimo Stato. L’Italia l’ha ratificato con Legge n. 232

(**) Il Protocollo Opzionale alla Convenzione sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati (maggio 2000) vieta che i minori di 18 anni possano essere soggetti a leva obbligatoria e partecipare ai conflitti sia negli eserciti sia nei gruppi di opposizione armata. È permesso però l’arruolamento volontario ai minori di 18 anni. Gli Stati, all’atto della ratifica del Protocollo, devono comunicare l’età minima per la leva volontaria (16-17 anni). Il Protocollo è entrato in vigore nel febbraio 2002. La partecipazione ai conflitti è vietata anche dalla Convenzione ILO sulla proibizione e l’immediata eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile (giugno 1999).  Lo Statuto della Corte Penale Internazionale (1998)

martedì 31 agosto 2021

Oltre i nostri confini - Parte 7 - “Afghan lives matter/ Le vite afghane contano”

Non ricordo il suo nome. Non ricordo il suo volto. Il mio unico punto di riferimento è una data, il diciannove dicembre 2009. Di notte. In una di quelle notti dove il silenzio prende il sopravvento e il buio fugge dalla luce di un pc acceso. Quella notte ero sui social per documentarmi. Come sempre. Poi in chat una conversazione prende il sopravvento su tutto il resto e ho conosciuto un nuovo amico. Non ricordo il suo nome ma ricordo il luogo da cui mi scriveva … Herat, in Afghanistan. 

Sono passati dodici anni, eppure oggi Herat mi ricorda lui. Mi ricorda di un ragazzo che faceva l’interprete, che raccontava la sua voglia di condividere una mia poesia in un gruppo su un social. Mi diceva che dovevo acquistare un libro. Che questo mi avrebbe permesso di vedere una sfumatura importante del suo adorato, quanto martoria, paese. Il libro è “Il bambino che corre nel vento” di Andrea Busfield. C’è chi ha conosciuto l’Afghanistan attraverso i suoi odori. Chi attraverso i suoi paesaggi. Chi incontrando lo sguardo del suo popolo. Io l’ho fatto attraverso le parole di un libro. Ho preso un immaginario biglietto aereo e sono atterrata in un paese dove la storia, la cultura e la forza di un popolo mi hanno insegnare tanto. Possiamo restare a guardare. Possiamo fingere che il dolore altrui non può toccarci. Ci culla l’idea che quelle urla così lontane non possano superare il mare che ci divide. Leggo e prego per un popolo che chiede rispetto e diritti. Vedo le news che si susseguono mostrando video e immagini. Illudere un popolo su una stabilita mai realmente nata strida con la fretta di diversi paesi oltreoceano che fuggono frettolosamente, dopo aver parlato per anni di missione di pace. L’ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su La Stampa tuona “Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.”. Perché anche le promesse non illudono più. Perché i talebani bussano alla porta degli attivisti, dei giornalisti, delle donne coraggiose, di chi il terrorismo lo combatte, di chi il terrorismo lo vive ancora! Tra le tante sfumature che accompagnano il fallito impegno dell’occidente nei confronti del popolo afghano è importante ricorda la rabbia … la rabbia di un popolo che ha sognato, che ha sperato, che ha chiesto stabilità, che ha chiesto un futuro. Pochi giorni fa ho ricevuto un post privato da un utente sconosciuto “I'm an afghan I live in afghanistan my dad was military and worked with Europeans now that my family needs help no response from European countries so shame (Sono un afgano, vivo in Afghanistan, mio padre era un militare e lavorava con gli europei ora che la mia famiglia ha bisogno di aiuto, nessuna risposta dai paesi europei, quindi vergogna)”. Non siamo stati in grado di mantenere le promesse fatte. Non siamo stati in grado di aiutare con saggezza un popolo. Il futuro dell’Afghanistan resta nuovamente nelle mani insanguinate. 

Il libro di Andrea Busfield inizia così “Mi chiamo Fawad e la mia mamma dice che sono nato all’ombra dei talebani. Poiché non mi ha raccontato altro in proposito, all’inizio immaginavo che si fosse allontanata dalla luce del sole e rannicchiata in un angolo buoi per proteggersi la pancia che mi nascondeva, mentre un uomo armato di bastone ci teneva d’occhio, pronto a farmi venire al mondo a suon di legnate. Ma poi sono cresciuto e ho capito di non essere l’unico nato all’ombra dei talebani”. La stessa ombra che oggi è tornata a tormentare le famiglie afghane. 

È giunto il momento di scoprire anche l’articolo 7 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento sui diritti della persona adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ci ricorda come “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

lunedì 14 giugno 2021

Oltre i nostri confini - Parte 6 - “Iraq, l’inferno di Falluja”

Quante emozioni può contenere una poesia? Tante quante sono le sensazioni che un poeta sceglie di donare al suo lettore. La poesia ha tanto da insegnare. Per me è stata l’amica immaginaria di una solitaria adolescenza. L’amica di banco che ti accoglie con un foglio bianco in cerca di una nuova parola, una nuova storia, un desiderio nascosto … un racconto di vita. La poesia è cresciuta con me salendo i gradini che mi hanno permesso di crescere. Basta chiudere gli occhi. Ascoltare e lasciare che la mente possa viaggiare lontano. Non ricordo di preciso quando. Ricordo solo che quel giorno i miei occhi hanno scoperto l’orrore della guerra.

Iraq, Falluja è una città situata a circa 69 km ad ovest di Baghdad. Un documentario in rete non lascia spazio all’immaginazione e racconta una città martoriata dalla guerra. Nel 2005 Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta realizzano “Fallujah. La strage nascosta”. Nel 2006 il documentario riceve il Premio Ilaria Alpi con la seguente motivazione: «Sigfrido Ranucci svela in esclusiva l'utilizzazione del fosforo nei bombardamenti americani su Falluja. L'inchiesta di Rai News 24 ha fatto il giro del mondo denunciando un drammatico retroscena della guerra in Iraq». Una poesia può varcare le porte dell’inferno? Raccontarne la crudeltà, sentire l’orrore sulla pelle e guardare il nemico negli occhi prima di arrendersi davanti alla morte? Una poesia ti può cambiare la vita. Perché se impari ad ascoltare il dolore del mondo capisci cosa puoi fare per non restare a guardare. Nel 2003 Falluja è stata coinvolta nella seconda guerra del golfo. Nell'Iraq era conosciuta come la “città delle moschee”. Ne aveva oltre 200 tra la città e i villaggi circostanti. Dopo la guerra circa il 60% degli edifici è stata danneggiata, di cui il 20% totalmente distrutti, incluse 60 delle moschee della città. Vittima dell’uso di armi chimiche, di ordigni incendiari, di armi basate sul fosforo bianco e altre sostanze simili al napalm, come la bomba incendiaria Mark 77. L'inchiesta di Ranucci e Torrealta rivela la violenza nei confronti della popolazione, durante l’offensiva del 2004, da parte delle forze militari statunitensi. Non basta osservare la guerra. È importante capirne tutte le sfumature.

E tra le lacrime è nata “Falluja” …

Le mura cadono, tra me e l’asfalto fatto di paura,

un uomo urla, tra i fucili che gli attraversano il petto,

la disperazione cresce, tra la rabbia e l’innocenza

Nelle braccia gli occhi spenti di mio figlio,

le sue piccole mani che cercano il mio viso,

le ferite che straziano l’amore di una madre,

… lo perdo, avvolto nel calore del mio petto

mentre il cuore si ferma, nell’ultimo respiro che lo lega a me.

Il silenzio è inferno con le luci del tramonto,

il respiro è dolore nel vedere ancora.

Urlo … alzando le mani al cielo, verso un Dio che non vedrò,

sopravvivo …  a l’odio nelle briciole di vita che mi restano,

la forza cede … tra gli aerei in volo sul nulla

nella città che ha smesso di vessare.

Resto sola, nella notte illuminata dalle bombe,

resto viva, tra il sangue di chi mi ha amato,

resto calma, perché la morte mi raggiunga in fretta.

Gli occhi sono spenti mentre ascolto i passi ...

si avvicinano, mi circondano, mi afferrano ...

... è l'illusione prima del dolore,

... prima di capire,

... prima di morire.

Falluja è il simbolo di un'altra guerra fatta di disperazione, di rabbia e di innocenza. Raccontarne la tragedia, immaginare gli stessi aerei in volo su una città che ha smesso di respirare, ti cambia. Un fiume di emozioni capace di travolgere e lasciare un nodo alla gola, al cuore. Questa è la sottile linea di confine che ho superato nel 2011. Dai concorsi letterari alle petizioni per chiedere la tutela dei diritti umani nel mondo. Perché la pace e la libertà non possono restare intrappolati in un edificio fatiscente, ma hanno bisogno di tanto sostegno e solidarietà. Prima di lasciarvi continua il nostro percorso alla scoperta degli articoli della dichiarazione universale dei diritti umani. Articolo 6 «Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.».

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

martedì 11 maggio 2021

“Le guerre delle donne” il nuovo libro di Emanuela Zuccalà

Storie raccontate da un’attivista per i diritti delle donne 

Molte volte si racconta una storia per ricordare un messaggio importante. Per la capacità, di un libro, di travolgerti come un’onda. La stessa onda in grado di guarire il cuore da mille ferite. Sfogliare un libro è anche questo. Ti concede di viaggiare per il mondo. Ti ricorda cosa nascondono i confini. Questa volta ho scelto di presentarvi un libro e la sua autrice. Emanuela Zuccalà è una scrittrice, una regista di documentari, giornalista e attivista per i diritti delle donne. Il 6 dicembre 2012, insieme alla collega Alessia Cerantola, hanno ricevuto il Press Freedom Award per la libertà di stampa di carattere europeo. Premio ricevuto dalla sezione austriaca di Reporters Without Borders. Autrice di numerosi libri come “Donne che vorresti conoscere” (edito da Infinito Edizioni, 2014), “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, testimone della Shoah” (edito da Paoline Editoriale Libri, 2020) e il documentario “Solo per Farti Sapere che sono Viva” (Regia di Simona Ghizzoni e Emanuela Zuccalà) proiettato in dodici Paesi del mondo e premiato in Francia e negli Usa. “Le guerre delle donne” (edito da Infinito Edizioni, 2021) è un libro che non potete non aggiungere alla vostra libreria di casa.  

Cara Emanuela, il tuo nuovo libro raccoglie tante storie di vita che lasciano un segno nel cuore. A te cosa hanno insegnato?

Che è possibile trovare la forza per resistere a tutto, anche alle situazioni più orribili, e ricominciare. Che la rivoluzione autentica per i diritti delle donne - che è lenta, talvolta snervante tra i suoi ostacoli - s’innesca quando si realizza la vera sorellanza: gruppi di donne che si uniscono per fare la differenza nelle loro comunità e società, sostenendo le più fragili, valorizzando le più battagliere. E volendosi bene.

Il viaggio, il luogo che ricordi con più affetto.

Difficile eleggerne uno, sono così tanti… Il collettivo femminile in difesa dei migranti in Messico, Las Patronas, che nei nostri giorni di lavoro insieme continuava a rimpinzarmi di cibo buonissimo. Il tè nel deserto del Sahara Occidentale, al tramonto, con Elghalia Djimi, attivista per l’indipendenza del popolo saharawi. Il pain au chocolat offertomi in una difficile mattinata ad Algeri da Meriem Bélaala, psicologa e femminista con la quale mi sono subito sentita a casa. Il lungo viaggio in auto attraverso lo Stato del Cearà, in Brasile, con i racconti delle lotte contadine di Erbenia de Sousa, meravigliosa suora in jeans e zaino in spalla. L’istante in cui Lucy - una femminista della Liberia che è stata rapita e mutilata nei genitali quand’era ragazza - ha dismesso il suo piglio duro per dirmi, con voce rotta: “Emanuela, vorrei raccontarti la mia storia”.

Cos’è la libertà per Emanuela?

Non avere paura di nulla.

Varcare la soglia di un confine invisibile. Ascoltare e conoscere storie di vita che meritano tutta la nostra attenzione. Perché un libro può contenere più di quello che possiamo immaginare. La scrittrice belga Amélie Nothomb ci ricorda che «Un lettore vero è chi si immerge talmente nella lettura di un testo da uscirne cambiato, che si pone nei confronti del libro in uno stato di disponibilità profonda.». Le guerre delle donne (Infinito edizioni) si trova in libreria e nei bookstores online, ma è anche possibile riceverlo direttamente dall’autrice, con una dedica, scrivendo a Emanuela Zuccalà un messaggio privato su Facebook (https://m.facebook.com/emanuela.zuccala) o Instagram (https://www.instagram.com/ezuccala/).

 Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

Libertà violate

Varcare, superare le porte di un carcere per ritornare alla propria vita. L’innocenza di un essere umano può nascondersi tra leggi e sentenz...