Non ricordo il suo nome. Non ricordo il suo volto. Il mio unico punto di riferimento è una data, il diciannove dicembre 2009. Di notte. In una di quelle notti dove il silenzio prende il sopravvento e il buio fugge dalla luce di un pc acceso. Quella notte ero sui social per documentarmi. Come sempre. Poi in chat una conversazione prende il sopravvento su tutto il resto e ho conosciuto un nuovo amico. Non ricordo il suo nome ma ricordo il luogo da cui mi scriveva … Herat, in Afghanistan.
Sono passati dodici anni, eppure oggi Herat mi ricorda lui. Mi ricorda di un ragazzo che faceva l’interprete, che raccontava la sua voglia di condividere una mia poesia in un gruppo su un social. Mi diceva che dovevo acquistare un libro. Che questo mi avrebbe permesso di vedere una sfumatura importante del suo adorato, quanto martoria, paese. Il libro è “Il bambino che corre nel vento” di Andrea Busfield. C’è chi ha conosciuto l’Afghanistan attraverso i suoi odori. Chi attraverso i suoi paesaggi. Chi incontrando lo sguardo del suo popolo. Io l’ho fatto attraverso le parole di un libro. Ho preso un immaginario biglietto aereo e sono atterrata in un paese dove la storia, la cultura e la forza di un popolo mi hanno insegnare tanto. Possiamo restare a guardare. Possiamo fingere che il dolore altrui non può toccarci. Ci culla l’idea che quelle urla così lontane non possano superare il mare che ci divide. Leggo e prego per un popolo che chiede rispetto e diritti. Vedo le news che si susseguono mostrando video e immagini. Illudere un popolo su una stabilita mai realmente nata strida con la fretta di diversi paesi oltreoceano che fuggono frettolosamente, dopo aver parlato per anni di missione di pace. L’ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su La Stampa tuona “Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.”. Perché anche le promesse non illudono più. Perché i talebani bussano alla porta degli attivisti, dei giornalisti, delle donne coraggiose, di chi il terrorismo lo combatte, di chi il terrorismo lo vive ancora! Tra le tante sfumature che accompagnano il fallito impegno dell’occidente nei confronti del popolo afghano è importante ricorda la rabbia … la rabbia di un popolo che ha sognato, che ha sperato, che ha chiesto stabilità, che ha chiesto un futuro. Pochi giorni fa ho ricevuto un post privato da un utente sconosciuto “I'm an afghan I live in afghanistan my dad was military and worked with Europeans now that my family needs help no response from European countries so shame (Sono un afgano, vivo in Afghanistan, mio padre era un militare e lavorava con gli europei ora che la mia famiglia ha bisogno di aiuto, nessuna risposta dai paesi europei, quindi vergogna)”. Non siamo stati in grado di mantenere le promesse fatte. Non siamo stati in grado di aiutare con saggezza un popolo. Il futuro dell’Afghanistan resta nuovamente nelle mani insanguinate.
Il libro di Andrea Busfield inizia così “Mi chiamo Fawad e la mia mamma dice che sono nato all’ombra dei talebani. Poiché non mi ha raccontato altro in proposito, all’inizio immaginavo che si fosse allontanata dalla luce del sole e rannicchiata in un angolo buoi per proteggersi la pancia che mi nascondeva, mentre un uomo armato di bastone ci teneva d’occhio, pronto a farmi venire al mondo a suon di legnate. Ma poi sono cresciuto e ho capito di non essere l’unico nato all’ombra dei talebani”. La stessa ombra che oggi è tornata a tormentare le famiglie afghane.
È giunto il momento di scoprire anche l’articolo 7 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, documento sui diritti della persona adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ci ricorda come “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

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