domenica 21 febbraio 2021

Oltre i nostri confini - Parte 4 - “La storia di Delara Darabi”

Mercoledì 6 maggio 2009. Un lungo tappeto di fiori bianchi davanti all’ambasciata iraniana a Roma. Un ultimo saluto ad una giovane donna. Un pezzo del mio cuore raggiunge il dolore e la rabbia di una famiglia che ha perso una figlia. 


Delara Darabi aveva solo diciassette anni quando è stata condannata al patibolo. Il mondo ha versato lacrime di dolore quando questa giovane pittrice iraniana è stata impiccata in carcere il 1° maggio 2009. L’incubo di Delara è iniziato nel 2003. Il fidanzato diciannovenne rapina e uccide una cugina in casa. Per amore, lei, si dichiara autrice dell’omicidio per salvare il fidanzato dalla condanna a morte. Il fidanzato, Amir Hossein, viene condannato a dieci anni di carcere. Delara, nonostante non abbia ancora compiuto la maggiore età, ricevere la sentenza più pesante … la condanna a morte. A nulla sono valse le dichiarazioni poi fatte da Delara che, dopo la pesante condanna durante il processo in primo grado, ha affermato le sue reali motivazione. Cinque anni di carcere e un grande movimento internazionale che ne hanno chiesto la scarcerazione. Nulla è bastato per concedere ad una giovane pittrice la tanto desiderata libertà. L’ultima telefonata fatta alla sua famiglia dal carcere “Stanno per impiccarmi adesso, per favore aiutatemi, ditegli di non farlo!”. Un fiore bianco, tanti fiori bianchi, per ricordare quella esecuzione avvenuta la mattina del 1° maggio. Di Delara restano delle foto e diversi disegni che ci ricordano come la libertà, racchiusa nella mente e nel cuore di un essere umano, non può essere incatenata dietro le sbarre. 

In carcere è stata privata di colori e pennelli ma lei è riuscita a lasciare la sua anima nei disegni realizzati usando il carboncino e le dita delle mani. “Spero che i colori mi restituiscano alla vita. Sai cosa significa essere prigioniero dei colori? Significa me. La mia vita dai 4 anni in poi è stata fatta di colori. Compiuti i 17 anni, li ho persi. Ora la sola immagine che appare ogni giorno davanti ai miei occhi è quella di un muro. Io Delara Darabi, incarcerata per omicidio, condannata a morte ... mi sono difesa con i colori, le forme e le espressioni”. Iran Human Rights ci ricorda che sono almeno 63 i minori che sono stati messi a morte dal 2010. Che sono circa 80 i giovani che attendono l’esecuzione. Numeri che ci permettono di riflettere e capire quanto possa essere grave la violazione delle norme internazionali da parte dell’Iran. 
Prima di lasciarvi continua il nostro viaggio tra gli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Articolo 4 «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.».

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

venerdì 1 gennaio 2021

Free In The Heart - Libero nel cuore

Siamo persone che chiedono di essere ascoltate, perché sopravvivere non basta. Tutti hanno il diritto di poter volare per raggiungere la fonte della libertà. Ma siamo davvero liberi nel cuore? Ho scelto di affidare ad alcune donne l’arduo compito di portare questo blog accanto all’animo femminile. Le loro parole sono il nostro punto di partenza. Per cogliere. Per riflettere.

La domanda: Quale significato daresti alla frase “libero nel cuore”?

Le loro risposte:

Martina, 14 anni (studentessa)

Per me un cuore libero significa tante cose: significa essere liberi di esprimere un'opinione liberamente senza essere condizionato sia dal giudizio altrui sia dalla situazione in cui ci troviamo; essere libero di amare chi ci piace seguendo solo ciò che ci indica il cuore; essere liberi di sognare i nostri ideali o il nostro futuro o qualsiasi cosa senza che qualcuno ce lo impedisca o ci elimini, a priori, i nostri sogni che magari diventerebbero realtà; essere liberi di esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti, essere felici o tristi o gioiosi o malinconici e di piangere o ridere senza limiti; essere liberi di esprimere e di vivere quello che si è dentro al più profondo animo, senza che qualcuno ci cambi o ci induca a cambiare per piacergli, perché ognuno è libero di avere pregi e difetti, particolarità, specialità e nessuno lo dovrebbe impedire. Infine io penso che un cuore libero significhi prendersi le proprie responsabilità, che la vita ci porrà davanti, senza fermarci, sempre combattendo per la propria libertà.

Antonella, 18 anni (studentessa)

Sicuramente non è un’espressione che ha un perfetto ed unico significato, ma al contrario, può essere interpretata semplicemente pensando a ciò che ci fa sentire in quel modo, a ciò che il termine “libero” rappresenta per noi. Chiunque risponderebbe a questa domanda in modo diverso, perché ognuno di noi, ogni essere vivente, ha una sua definizione di libertà. Per una tigre, ad esempio, essere libera potrebbe significare il poter correre nel suo ambiente naturale, senza restrizioni. Per un uomo essere libero, potrebbe significare possedere il diritto di agire a suo arbitrio, senza che qualcuno gli ponga dei limiti, avere la possibilità di fare o non fare ciò che vuole e ciò che non vuole. Per una donna essere libera potrebbe significare il non essere giudicata per il suo abbigliamento, poter indossare ciò che vuole senza che nessuno le fischi dietro o la giudichi in qualsiasi modo. Per un adolescente potrebbe significare, magari, il poter scegliere quando tornare a casa, non avere orari, o prendere alcune scelte senza tener conto dei propri genitori, non seguire le regole. E per un bambino, l’essere libero, potrebbe significare mangiare dolci in quantità o colorare tutte le pareti di casa sua. Ognuno ha il suo concetto di libertà, ognuno si sente libero a suo modo, ma credo che sicuramente qualcosa che lega i concetti di libertà, ogni essere umano sia la ricerca di quel qualcosa che lo fa stare bene, sotto ogni punto di vista, di quel qualcosa che gli alleggerisce il cuore, che lo fa sentire vivo, che lo rende semplicemente se stesso. Quel qualcosa che gli doni speranza. Perché sappiamo tutti che la speranza è una delle poche cose che ci permette di andare avanti e di essere positivi sempre.

Valentina, 34 anni (infermiera)

Il mio essere libera nel cuore riguarda principalmente 2 sfere: una professionale e una personale. Per quanto riguarda la sfera professionale vorrei essere libera di poter svolgere la mia professione senza aver paura di poterla svolgere, senza paura di essere aggredita, senza paura di ammalarmi, senza paura di essere denunciata. Ma soprattutto vorrei essere libera di svolgerla al meglio in termini di crescita professionale, di lavorare con un team che punta all'eccellenza e non alla mediocrità. Dove ogni posto è guadagnato dal frutto della conoscenza e meritocrazia e non perché si è amici, parenti, figli di... Vivere in un luogo di lavoro dove si punta al benessere del paziente e alla best practice e non che si lavori solo per avere l'accredito dello stipendio a fine mese. Vorrei avere le stesse opportunità di un collega del Nord Italia o Svizzera, Germania, Inghilterra etc etc e di conseguenza anche gli stessi pazienti devono avere le stesse opportunità. Ricordiamo che l'articolo 32 della Costituzione italiana afferma che "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti." ma vedo che questo diritto non è proprio tutelato ovunque. È brutto vivere con quella sensazione di esser nata nel posto sbagliato e desiderare di essere altrove, ma fa tanta rabbia rendersi conto che nessuno si adopera al cambiamento, nemmeno i giovani e c'è una sorta di adattamento a tutto, con quella frase "si è sempre fatto così" vale a dire la morte professionale, eppure i presupposti ci sarebbero. Eppure basterebbe svolgere in maniera professionale il proprio lavoro. Per quanto riguarda invece la sfera personale, a volte vorrei ritornare ad avere quella leggerezza, quella innocenza del cuore di un bambino, o la spensieratezza di un adolescente o maggiorenne dove le preoccupazioni si concentrano maggiormente nel superare una interrogazione o un compito in classe, o piacere a quel bellissimo ragazzo. Vorrei tanto ritornare a credere a Babbo Natale, alla magia del Natale, alle belle favole. Crescere è bello, essere moglie è bello ma comporta tante responsabilità e obblighi a cui non puoi sfuggire; Si acquista tanta libertà ma se ne perde anche tanta. E penso: quando ero piccola desideravo tanto crescere, trovare l'amore della vita, sposarmi, avere dei figli, una casa ed ora che ho quasi ottenuto tutto vorrei tanto ritornare piccola e godermi ancora quelle 2 settimane di vacanze natalizie a casa con mamma e papà

Raffaella, 45 anni (impiegata)

È da un paio di giorni che mi interrogo sul concetto di "libero nel cuore", e il mio lato più sognatore vorrebbe parlare di libertà nell'essere ciò che si desidera davvero senza convenzioni o costrizioni di alcun tipo. Una libertà assoluta nel poter sentire, essere, dire o fare ciò che fa stare davvero bene il nostro cuore, il nostro essere più intimo e profondo. E invece sai una cosa? Per me è un concetto davvero difficile da visualizzare anche solo con il pensiero. Ti faccio un esempio: questa mattina ci siamo svegliati sotto 20 centimetri di neve, e il mio primo pensiero è stato per mia mamma che vive a 15 chilometri e che oggi sicuramente non riuscirei a raggiungere se avesse bisogno. Ti spiego meglio: il mio cuore è sempre abitato dalla cura e dal pensiero per i miei affetti più cari in qualunque momento della mia vita. E forse sono io troppo empatica, o forse troppo ansiosa non so come altro spiegarlo... Ma sento che il mio cuore è nato per vivere in questo modo, e forse la sua libertà è proprio quella di scegliere di prendersi cura di chi ama davvero. Magari a discapito di quella libertà assoluta e senza vincoli che non ti nego avrei voglia di provare, anche una sola volta. Ma forse essere liberi di amare senza limiti è la vera libertà.

Antonia, 66 anni (casalinga)

Il significato che io do alla frase “libero nel cuore” è di sentirci liberi di amare, liberi di sognare. Un cuore libero ci permette di arrivare lontano. Un cuore libero ama e vive una vita fatta di consapevolezza e saggezza. Coloro che sono liberi nel cuore amano e vivono una vita felice.


In primis ringrazio le splendide donne che mi hanno permesso di arricchire questo articolo. Relazionarsi e ascoltare ci permette di crescere sempre. Non possiamo fingere che la libertà non sia un diritto fondamentale. Lottare attraverso le parole. Chiedere sostegno o inseguire un sogno. Il desiderio di libertà parte sempre da dentro, batte all’unisono col cuore per poi cercare uno spiraglio di luce. Molti sono gli uomini, le donne e i giovani che hanno cercato, e cercano oggi, di portare libertà nei luoghi, nei paesi, nelle menti di chi non sa ascoltare. Una lotta quotidiana in cui tutti siamo chiamati a dare un contributo. Prima di essere liberi fuori è importante essere liberi nel cuore. E anche se la strada è tutta in salita, vale sempre la pena percorrerla
.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

sabato 5 dicembre 2020

Attraverso gli occhi di Gennaro

È attraverso gli occhi di Gennaro, trascinata dalle sue emozioni, che posso trovare e vivere esperienze che a volte non sembrano toccare il nostro interesse collettivo. Il salvataggio di uomini, donne e bambini che sfidando la morte in mare tentando di aggrapparsi ad un futuro migliore. Gennaro Giudetti ha lavorato per Operazione Colomba – Colombia, Palestina e Libano.

Tratto dal documentario “La febbre di Gennaro”, durante una delle tante operazioni di soccorso in mare della Sea Watch, e la testimonianza di Gennaro che racconta «Ho visto una mano che fuoriusciva dall’acqua. Sembrava fosse già annegata. Il sesto senso mi ha detto di provare a salvare quella mano. Sentivo che c’era ancora speranza. Ricordo che l’ho presa. L’ho tirata fuori dall’acqua. Chiaramente stava male ma ci chiedeva di sua figlia. Una figlia che non riuscivamo a trovare perché sicuramente era già caduta in acqua, Non si sa dove. La corrente era molto forte».


Un racconto che ti trascina su una barca fatiscente, che ti fa sentire sulla pelle la disperazione di un altro essere umano. Perché in qualunque posto Gennaro sceglie di portarci è importante che ognuno di noi non dimentichi la sofferenza di un altro essere umano. Gennaro è di Taranto ma sul suo passaporto troviamo luoghi come il Niger, la Colombia, la Palestina, il Libano, il Congo e lo Yemen. Senza dimenticare il suo supporto per i salvataggi in mare con la Sea Watch e, attraverso Medici Senza Frontiere, la presenza
negli ospedali di Lodi e Codogno per supportare e superare l’emergenza Covid.

Da quanti anni lavori per Medici senza frontiere?

Per Medici senza frontiere lavoro dal 2018. Ho iniziato con l’emergenza ebola in Congo.

Perché hai scelto di lavorare per questa ONG?

È un’organizzazione che mi piace sicuramente perché è indipendente. Che opera sul campo e in prima linea. Risponde alle grosse emergenze a livello mondiale, in maniera autonoma, indipendente, neutrale e non politicamente controllata.

Quali paesi hai visitato?

In Congo per l’emergenza ebola, colera e morbillo. In repubblica centrafricana per un progetto contro la violenza sessuale. In Yemen per l’emergenza Covid e in Italia a Codogno e Lodi e nelle carceri italiane, sempre per l’emergenza Covid.  

I luoghi che ti sono rimasti nel cuore?

Sicuramente la Colombia per l’Operazione Colomba*. Con Operazione Colomba ho lasciato un pezzo del mio cuore nella comunità di pace di San José de Apartado. È stata un’esperienza fortissima. Questa comunità di pace lotta quotidianamente contro i paramilitari per avere un mondo più giusto ed equo. Senza coltivare cocaina. Questo chiaramente comporta anche la perdita di vite umane e molti sono proprio gli abitanti della comunità di pace. Ogni posto ha la sua particolarità. Un altro posto dove ho lasciato il cuore è in Italia per l’emergenza Covid. Ero nel mio paese per la prima volta ed è stata un’esperienza forte. Erano persone che potevo conoscere benissimo perché compaesani. Dal punto di vista emotivo è stato molto forte.

Cosa significa per te la parola solidarietà?

Secondo me è un concetto che aimè purtroppo in questo periodo storico si va perdendo. Andrebbe rispolverata. Solidarietà significa non girarsi dall’altra parte quando qualcuno ci chiede aiuto. È importante ascoltare quel grido d’aiuto che ci arriva in maniera quotidiana. Se ci mettessimo nei panni di chi ci chiede aiuto sicuramente non saremmo così indifferenti a queste richieste.  


Siamo lo specchio delle nostre scelte. Il riflesso che ci permette di essere diversi. E Gennaro non è una persona come tante. Ho visto il documentario “La febbre di Gennaro”, in collaborazione con Medici senza Frontiere, l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Sea Watch. La regia è affidata a Daniele Cini e Claudia Pampinella ed in questi mesi è in viaggio in tutta Italia per essere proiettato. Se ne avete l’opportunità guardatelo. Per quell’abbraccio tra Gennaro e una giovane donna salvata in mare. Per il sorriso
di Brígida, che vive nella Comunità di Pace di San José de Apartado, in Colombia. Per i bambini palestinesi che chiedono un futuro. Per le famiglie siriane che sopravvivono tra le bombe che distruggono le loro case e le loro vite. Attraverso gli occhi di Gennaro abbiamo tanto da imparare, in primis cos’è la solidarietà.

* Operazione Colomba è l’ambizione di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

giovedì 12 novembre 2020

Oltre i nostri confini - Parte 3 - “La storia di Ahmed Ismail Khatib”

Condividere una storia. Regalare ad un’altra persone le stesse emozioni. Sono tante le sensazioni che hanno accompagnato il mio viaggio nella storia del piccolo Ahmed Ismail Khatib. Con il cuore e con la mente “Look at the world through the eyes of a child means to see a future full of hope and freedom ...” (Guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino significa vedere un futuro pieno di speranza e libertà ...).

È il 3 novembre 2005. A Jenin, città palestinese nella Cisgiordania del Nord, si festeggia la fine del Ramadan. Un giorno fatto di gioia e condivisione che conclude un mese di benedizione e di misericordia. Un mese in cui i musulmani hanno digiunato dall’alba al tramonto. Un bambino palestinese di undici anni gioca con il suo mitra giocattolo. Corre e sorride. Poi un colpo di fucile. Il piccolo Ahmed è ferito gravemente alla testa. Un militare israeliano ha scambiato quell’arma giocattolo in una vera, lo ha fatto a 130 metri di distanza. Un giorno di festa d’improvviso diventa un giorno di disperazione e dolore. La corsa in ospedale e una famiglia inghiottita da una vicenda che ti cambia la vita per sempre. Eppure restano indelebili le parole dello zio di Ahmed «Non importa a chi vanno gli organi di Ahmed: a un ebreo, a un druso o a un musulmano. Un bambino è un bambino». Sua madre «Mio figlio è morto. Forse solo così potrà restituire ad altri la vita. Che siano arabi o ebrei, non importa». Così il destino concede una nuova luce a chi ne ha più bisogno. Vengono donati il fegato, i reni e i polmoni. Anche il suo piccolo cuore torna a battere. Salva la vita alla dodicenne ebrea israeliana Samah che attendeva un trapianto da cinque anni. Una storia che ha tanto da insegnare diventa una pellicola. Un film documentario dal titolo “Heart of Jenin” che nel 2008 viene scritto e diretto da Marcus Vetter e Leon Geller. Il film ripercorre il viaggio di Ismael Khatib, il papà del piccolo Ahmed, che sceglie di incontrare le famiglie che hanno visto salvare le vite dei loro figli grazie agli organi donati da suo figlio. Tra i tanti riconoscimenti segnalo il Premio per la pace dell'Assia presso il Parlamento statale di Wiesbaden in Germania, ricevuto da Ismael Khatib nel 2010. Il premio Cinema for Peace Awards 2009. Il premio Valladolid International Film Festival 2008 e il premio German Film Awards 2010. Vale sempre la pena guardare al passato sapendo di poter illuminare nuovamente una luce che il tempo, a volte, tende a smarrire. Di sera, nel tepore della nostra casa, una tazza di the caldo può riscaldare i nostri pensieri … e anche una storia speciale può accarezzare il cuore. Il nostro viaggio tra gli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si sofferma all’articolo 3 che ribadisce come «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.»

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

venerdì 16 ottobre 2020

Oltre i nostri confini - Parte 2 - “La storia di Nojoud Ali”

È importante ricordare che «Quando un uomo distrugge il futuro di un bambino. Quando un uomo permette ad altri uomini di calpestate il futuro di un bambino. Lui non è più un uomo ... è un codardo!». Un messaggio che chiede giustizia per le tante spose bambine. Piccole anime private della loro infanzia per essere date in moglie in tenerissima età. Sono paesi come il Niger, la Repubblica Centro Africana, il Chad, il Bangladesh, e ancora, il Burkina Faso, il Mali, il Sud Sudan, la Guinea, il Mozambico, il Malawi e la Somalia. Luoghi dove il futuro di molte bambine viene spesso già segnato alla nascita. Promesse spose a uomini molto più grandi di loro. In Bangladesh detiene il primato. Il 52% delle ragazze convola a nozze prima dei 18 anni, il 18% prima dei 15 anni e il 2% sono bambine con meno di 11 anni. In paesi devastati dalle guerre e dalla carestia le bambine vengono vendute per permettere al resto della famiglia di sopravvivere. Le famiglie credo di salvarle dalla povertà ma in realtà questo non accade diventando vittime della violenza domestica, l’impedimento all’istruzione e la morte, spesso, causata da gravidanze che i corpi di queste piccole bimbe non sono ancora in grado di affrontare.


Oggi vorrei raccontarvi la storia di Nojoud Ali e portarvi in un villaggio dello Yemen. Una storia dove la povertà di una famiglia trascina una bambina di soli nove anni ad un matrimonio forzato con un uomo di trent’anni. Un matrimonio fatto di violenza e che dopo due mesi vede la piccola Nojoud chiedere aiuto ad un magistrato. È la seconda moglie di suo padre a suggerirle di scappare e cercare un tribunale per chiederne il divorzio. Aiutata dall'avvocato Chadha Nasser, troverà la libertà spezzando le catene di un matrimonio fatto di violenza e umiliazioni. L’avvocato accusa il marito e il padre di aver mentito sulla reale età della piccola. Il marito ha infranto la legge che vieta i rapporti intimi con una giovane sposa che non ha ancora raggiunto la pubertà. Il giudice propone il ricongiungimento della coppia dopo un intervallo di circa 3-5 anni ma Nojoud non accetta. Il 15 aprile 2008 finalmente il tribunale le concede il divorzio. La bimba deve risarcire il marito pagando mille riyal (circa 360 euro) ma non è sola. A sostenerla lo Yemen Times che raccoglie la cifra richiesta attraverso una colletta. Una storia a lieto fine che ci ricorda che questa vicenda resta, a tutt’oggi, la punta di un iceberg. Dalla vicenda nasce un libro scritto dalla stessa Nojoud e dalla giornalista franco-iraniana Delphine Minoui e dal titolo «Moi Nojoud, 10 ans, divorcée» (Io, Nojoud, dieci anni, divorziata). Un best seller tradotto in 15 lingue e che ha ispirato un film dal titolo «La sposa bambina», realizzato dalla regista Khadija al-Salami nel 2014. Un consiglio personale. Trovate il tempo per leggere o vedere il film ispirato alla storia di Nojoud Ali. Perché, come mi piace spesso ripetere, è importante guardare anche oltre i nostri confini. La libertà di poter vivere una infanzia serena. Il diritto di poter andare a scuola. Il dovere di proteggere l’innocenza violata. Le leggi che tutelano i diritti dell’infanzia, spesso, non arrivano nelle zone rurali dove le tradizioni sono difficili da sradicare ma parlarne, sostenere chi tende la mano alle tante bambine in cerca di aiuto, è un primo passo che ci avvicina a loro. Non dimentichiamole.

Prima di lasciarvi torniamo a dare nuovamente uno sguardo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’articolo 2 ci ricorda che «Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.»

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

domenica 27 settembre 2020

From Iran to Turkey. Kaveh's journey

What is democracy? Democracy is a form of government where the power is exercised by the people, through freely elected representatives. It is always important to associate the word freedom with democracy, because freedom and democracy are the pillars of a country and its people. Telling Iran through the words and memories of Kaveh Taheri reminds us how often these two pillars are often denied. Kaveh is a journalist, human rights activist and former political prisoner in Shiraz, a city in south-central Iran. He was jailed for publishing his writings on websites and on his blog. Because in Iran, those who choose to oppose the strict rules of Iranian laws risk imprisonment. Many activists, journalists, lawyers and bloggers currently in prison are direct witnesses.


Dear Kaveh, would you like to tell me about the journey that took you from Iran to Turkey?

Since 2008, I started blogging in Iran, publishing my pieces on Iran issues, mostly timely news and events of financial and political difficulties. The vast majority of Iranians were following the news, especially because of all Mahmoud Ahmadinejad's sheer unadulterated nonsense. The so-called president's speech had gone viral on social networks and mainstream media after he obviously called 'wiping Israel off the map'. Anonymous blogging has been protecting my life and safety from prosecution by the Islamic security agents in occupied Iran. It had truly divided between my personal and professional life. In 2012, the Islamic intelligence forces arrested me about six months after I came back to Iran from Malaysia. "I lived outside Iran for almost half of my life, most of which was in the United Arab Emirates. I've been living in exile in Turkey for almost eight years. Yes, I've been forced to leave Iran in 2012 to save my life.". After the arrest, the Islamic agents took me into solitary confinement, where the goal of inquisition. The agents used mainly psychological torture against me at the jail. In other words, I was not exposed to a lot of physical torture. For example, when I was in solitary confinement I was kept in a cell without an appropriate bathroom or a bed. They would blindfold me and make me sit on the floor facing the wall for long hours in absolute silence, and then suddenly they would start screaming vulgar sexual terms against my mother and me. They would tell me that I would be executed or be given a very long prison sentence. I was even told that my sister, who was a student in Malaysia (at the time), had been brought to Iran and arrested. I was not permitted to contact my family at all. I was beaten many times during which they used the vilest language to insult members of my family. But, of course, the miseries I've endured in exile has been much worse than what the Islamic regime did. Nor so-called UNHCR neither the corrupt human rights organizations fulfilled their obligations, which they've been founded and funded for. But, I am not disappointed at all. I mean, I'm not disappointed anymore as I've found The Holy Grail. I just established ICBPS.Org and ICBHR.Com to fulfil my commitment to the people. Who knows! My destiny may is to stay in the Middle East and fight for my desires. I'm sure of it the so-called western democracies deserve such people whose asylum cases are baseless but rather than dedicated freedom fighters. 'Charlie Hebdo Shooting' and 'September 11 Attacks' were operated by the people I've mentioned. I know dozens of ANTIFAs, Anarchists, or Marxists [in person] who were easily welcomed to the societies. Yes, You Deserve Them!

What important changes do you dream of for Iran today?

I've always dreamed of my country being liberated. We must reclaim our country and rebuild it.

What does democracy and freedom mean to you?

I found that democracy and freedom do not exist anywhere in the globe at all -- at least not like what I've read in the books. An example of injustice is when dedicated activists have stuck in a state of limbo in Turkey, and unrighteous persons are easily welcomed to EU and North America. I will stay in the Middle East to continue to drain the swamp. For sure, you should also take urgent action to clear the swamp in your countries before collapse. President Donald Trump has wisely done as he issued an executive order of Travel Ban.

Kaveh's words remain well etched in the mind. These are words that take us beyond the gates of Iranian prisons. The same gates hide the cruelty of a government that it tries to repress its people with physical and psychological violence. Thanks to Kaveh for allowing me to make this article. Sharing his words is important. Knowing that you are being heard is even more so.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

sabato 22 agosto 2020

Africa. Le speranze e la realtà di un continente dimenticato

Le news viaggiano in rete e si susseguono come una finestra aperta che ci permette di guardare e capire un continente che merita più visibilità. Parliamo del continente africano e di chi, ogni giorno con cuore e dedizione, scegliere di raccontarci una realtà così lontana ma vicina alle nostre vite.

Cornelia Isabelle Toelgyes è vicedirettore di “Africa ExPress”, un quotidiano online che merita, probabilmente, di essere seguito più di alcuni quotidiani italiani. È attraverso le sue parole che ho scelto di portarvi oltre il mare che ci divide da un continente ricco di cultura, di storia ... di colori. Ma il fascino di un territorio lontano non deve e non può distrarci dalle condizioni di vita di popoli che meritano giustizia, libertà e dignità umana.


Cara Cornelia, quali sono i paesi dell’Africa dove la popolazione subisce un regime di continue sopraffazioni da parte del governo?

L'Eritrea e la Guinea Equatoriale sono certamente il Paese più repressivi del continente. Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tanto meno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto. La miglior gioventù continuerà a scappare, non ci sarà verso di fermare l’esodo e il traffico di esseri umani finché non sarà ristabilita la democrazia. Uno Stato, che nel 2018 ha raccolto consensi nel mondo intero per aver firmato accordi di pace con l’Etiopia, fino a poco fa il suo peggiore nemico, ma è semplicemente un Paese il cui governo dimostra giornalmente di non essere ancora pronto per riconciliarsi con il proprio popolo. Il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato resta la principale causa perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Infatti chi non è impegnato nelle caserme, deve svolgere lavori forzati per uno stipendio misero nelle miniere o presso imprese di costruzioni, ditte gestite da privati. Seconda all'Eritrea è la Guinea Equatoriale, piccolo ma ricchissimo Paese africano guidato con pugno di ferro da oltre 40 anni dal 78enne Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, uno dei più longevi leader  del Continente africano. Lui e il figlio, Teodorin Obiang Nguema Mangue, vicepresidente del Paese, sono sotto processo in Francia, Svizzera e negli Stati Uniti per l’acquisto di ville, auto di lussi e quant’altro, con denaro pubblico. La ex-colonia spagnola conta nemmeno ottocentomila abitanti, ma l’ottanta per cento vive in miseria, con 1,25 dollari al giorno.  Le ricchezze, i proventi del petrolio sono in mano alla famiglia Obiang e pochi altri amici della stessa. La dittatura di Obiang è spietata. Gli oppositori vengono sbattuti nelle luride galere senza pietà. E, pur vantandosi di essere firmataria di molti trattati internazionali, la realtà all'interno del Paese è ben diversa. Non è un fatto eccezionale sentire urla di detenuti provenienti da galere sotterranee, mentre vengono torturati.

Quali sono le condizioni di vita in questi paesi?

La vita degli eritrei non è semplice. La povertà è tangibile in ogni dove. Il governo di Isaias non perdona i disertori; il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato resta la principale causa del perchè la gente fugge, cercando di raggiungere l’Europa. Chi resta si deve accontentare di uno stipendio miserabile, insufficiente persino di comprare un chilo e mezzo di carne. Lo scorso anno il regime di Asmara ha confiscato alla Chiesa Cattolica 29 strutture tra ospedali, cliniche e presidi medici. Poco dopo la stessa sorte è toccata alle scuole e la dittatura ha giustificato  la sua rappresaglia con l’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose. Sia cliniche che scuole spesso garantivano anche un pasto ai più poveri, ora sono privati anche di questo. E anche quest'anno Daniela Kravetz, avvocato cileno, inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Eritrea, nel suo rapporto ha specificato: “Non si evidenziano concreti segnali di miglioramento, l’attuale situazione non ha subito cambiamenti sostanziali rispetto agli anni precedenti, malgrado sia stata riscontrata una timida apertura di dialogo con gli Stati confinanti”. Guinea: La ex-colonia spagnola conta nemmeno ottocentomila abitanti, ma l’ottanta per cento vive in miseria, con 1,25 dollari al giorno.  Le ricchezze, i proventi del petrolio sono in mano alla famiglia Obiang e pochi altri amici della stessa.

Come risponde l’Europa alle richieste di aiuto di chi sceglie di abbandonare il proprio paese e rischiare la vita in mare per raggiungere libertà e diritti?

L'Italia, l'Europa tutta cerca di arginare i flussi migratori.  Lo dimostrano gli accordi in atto con la Libia, il finanziamento alla Guardia costiera libica e la quasi totale assenza di soccorso in acque internazionali o/e anche in acque di competenza maltese o italiana. Ed è proprio di oggi la notiza battuta da molte agenzie, nonchè da OIM e UNHCR: "45 persone morte a largo delle coste libiche il 17 agosto scorso. I sopravvissuti sono 37, soccorsi da pescatori locali. E' il peggiore naufragio del 2020". Le navi commerciali rispondono sempre meno alle richieste di aiuto, temono che non gli venga assegnato prontamente un porto sicuro o che gli venga intimato di riportare i naufraghi in Libia. Solo quest'anno sono state ricondotte nei lagher libici oltre 7.000 persone. Altre 300 hanno perso la vita tentando di raggiungere le nostre coste, la porta dell'Europa. Malgrado i pericoli e in assenza delle navi delle ONG, 13.710 migranti sono sbarcati in Italia nei primi sette mesi di quest'anno; va comunque precisato che 5.357 persone sono arrivate con sbarchi autonomi dalla Tunisia. Per arginare il flusso dal Paese nordafricano, il nostro governo ha promesso la somma di 11 milioni alle autorità tunisine per rafforzare il controllo delle sue frontiere marittime. Inoltre si cerca di intensificare il rimpatrio tramite voli charter. Difficilmente i migranti tunisini potranno presentare la richiesta di protezione o asilo. Anche l'arrivo di migranti algerini è in netto aumento. Dall'inizio dell'anno al 31 luglio sono sbarcate 630 persone sulle coste sarde. Attualmente i rimpatri verso l'Algeria sono ancora sospesi a causa di Covid-19. Nel frattempo i migranti vengono trattenuti in Sardegna nei centri di prima accoglienza. Anche per loro la speranza di ottenere un permesso di soggiorno è quasi nullo.

Per poter capire è necessario ascoltare e attraverso le parole di Cornelia non possiamo che spalancare una finestra verso un continente tanto vasto quanto prezioso. Stimolare la curiosità di chi legge è già un bel traguardo quindi spero, e lo spero col cuore, di avervi incoraggiati a documentarvi sulle attuali condizioni in cui versano molte popolazioni dell’Africa. Cercare di capire è il primo passo che ci permette di osservare in modo concreto un continente che nasconde cicatrici fatte di speranze e realtà dimenticate.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

Libertà violate

Varcare, superare le porte di un carcere per ritornare alla propria vita. L’innocenza di un essere umano può nascondersi tra leggi e sentenz...