giovedì 29 aprile 2021

Oltre i nostri confini - Parte 5 - “Enfants sorciers/bambini stregoni”

Il nostro viaggio prosegue. Una nuova tappa che giunge nel continente africano, più precisamente nella Repubblica Democratica del Congo. 

Le testimonianze si susseguono e il diritto all’infanzia si sgretola tra le dita delle mani. Li chiamano “enfants sorciers/bambini stregoni” e sopravvivono tra la povertà e la delinquenza. Sono bambini orfani. Sono bambini abbandonati dalle famiglie. Sono solo bambini vittime di una società che li ha marchiati come portatori di malattie, di disgrazie, di essere posseduti dal male. È difficile, se non impossibile, trovare una ragione che spinge una famiglia, a trascinare il proprio figlio nelle mani di un “presunto guaritore”, una persona che costringe la vittima a subire violenze e crudeli esorcismi. Riti che possono portare alla morte o che costringono ad una sola scelta … la vita in strada. Le pagine di cronaca sono tante. Tante le storie da condividere. Racconti di povertà dove può capitare che un figlio venga accusato di essere la causa della morte o della disgrazia di un parente. Le famiglie lasciano il bambino in una chiesa, nelle mani di uno pseudo santone. La giovane vittima viene tortura con strani riti. La candela fusa versata sui piedi e sulla fronte. Il digiuno per giorni. Azioni crudeli che possono portare alla morte del bambino. La testimonianza di una madre racconta dell’aggressione avvenuta nella sua casa dove il figlio accusato di stregoneria è stato cosparso di benzina e dato alle fiamme. Vivere per strada resta l’unica via di fuga per sopravvivere. Si ipotizza siano circa 23mila i bambini accusati di stregoneria. Alla nostra cara amica Cornelia Isabelle Toelgyes, giornalista e vicedirettore di “Africa ExPress”, abbiamo posto due domande importanti.

Quali sono le condizioni di vita di questi bambini che vengono allontanati dalle famiglie e vivono per strada?

I bambini dannati, enfants sorcières, vivono nelle strade della capitale Kinshasa. Sono ventimila, forse anche molti di più, i piccoli costretti a sopravvivere tra violenze, droghe e abbandono nelle vie di questa immensa città che conta oltre 11 milioni di abitanti. Un fenomeno davvero inquietante e in continuo aumento, dovuto anche alla grave crisi economica, sociale. La maggior parte di questi bambini - l'80 per cento - sono stati accusati di stregoneria dalle proprie famiglie che li hanno letteralmente messi alla porta. I piccoli sono infatti ritenuti responsabili di tutti i mali del proprio nucleo familiare, incolpati di stregoneria da pastori di movimenti evangelisti meglio conosciuti come chiese del risveglio, che alimentano le credenze popolari come la superstizione e altro. Le condizioni di vita dei piccoli vanno oltre qualsiasi immaginazione; il loro quotidiano è duro, contrassegnato da povertà estrema, violenze, abbandono. Les enfants sorcières vivono generalmente in gruppi, ognuno di esso composto da dieci bambini al massimo. Sopravvivono grazie a piccoli furti, accattonaggio e prostituzione. Per sopportare questo inferno fumano molto, canapa oppure o tumbaco (una sorta di polvere di tabacco), sniffano colla e bevono lokoto (un alcool artigianale). Devono rispettare, meglio sottostare, ai codici dettati dai loro simili, si sa, la strada ha le proprie leggi. Per giorni, settimane, a volte mesi, i più grandi, chiamati yankee, per temprare i nuovi arrivati li sottopongono a torture e vessazioni, un vero e proprio rito di iniziazione. Un'infermiera ha raccontato storie terribili: "I yankee procurano ferite con lamette da rasoio su tutto il corpo dei piccoli, per poi urinarci sopra".

Cosa fa il governo congolese per aiutare questi bambini?

Il governo della Repubblica Democratica del Congo si preoccupa poco o niente di questo esercito di "piccoli dannati". Giovani educatori, medici, infermieri, volontari di REJEER - una piattaforma congolese che raggruppa un centinaio di ONG impegnate nella protezione di minori, tra questi anche Medici del Mondo (MdM) - vanno ogni sera nei quartieri dove si raggruppano questi bambini. E mentre i volontari curano le innumerevoli ferite dei piccoli, qualcuno si confida e racconta pezzettini della propria storia.

La Repubblica Democratica del Congo è un paese martoriato da anni di guerra e i bambini, che dovrebbero essere il futuro in grado di cambiare le sorti del paese, restano ai margini di una società che non tutela i diritti fondamentali all’infanzia. La speranza resta accesa, perché i bambini non dovrebbero essere le “vittime” degli adulti, ma il “futuro” degli adulti. L’Articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ci ricorda che «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.».

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

mercoledì 10 marzo 2021

Intervista a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

Raccontare, condividere e sostenere. Questa è la quotidianità di un attivista per i diritti umani. Difendere i diritti umani nel mondo non è un lavoro ma una scelta che ti cambia la vita, che ti porta al confine tra la rabbia e la disperazione, che ti mostra come la crudeltà dell’uomo non ha limiti. Riccardo Noury è portavoce di Amnesty International Italia. Nel 2008 ha tradotto e fatto pubblicare in Italia l’antologia “Poesie da Guantánamo” scritte dai detenuti di Guantánamo (una struttura detentiva statunitense di massima sicurezza situata sull'isola di Cuba.). È autore, coautore e curatore di diverse pubblicazioni sui diritti umani che hanno affrontato temi come la tortura e la pena di morte. Riccardo è un blogger e coordina la campagna “Verità per Giulio Regeni” dal 2016. Un curriculum ricco di esperienza e di grande impegno civile.

Ciao Riccardo, da quanti anni lavori al fianco di Amnesty International?

Mi sono iscritto ad Amnesty International nel febbraio 1980. Ero alla ricerca di un impegno politico basato sul pragmatismo, sugli obiettivi concreti da raggiungere. Dopo due anni di volontariato, ho firmato il mio primo contratto nel 1982, appena maggiorenne. Da allora, sono rimasto sempre legato idealmente e professionalmente all'organizzazione, di cui sono portavoce dal 2002.

Cosa ti ha spinto a diventare difensore per i diritti umani?

I miei studi e i miei interessi mi hanno spinto a dare molto peso al "cognome" della mia associazione, alla sua capacità di avere uno sguardo globale sulla situazione dei diritti umani nel mondo, di illuminare le zone d'ombra e di impegnarsi per il cambiamento nella vita delle singole persone e di intere comunità. Ho sempre ammirato le donne e gli uomini che non si accontentano di proteggere il proprio perimetro dei diritti ma s'impegnano a difendere i diritti di tutte e tutti.

In quali paesi la popolazione viene privata, quotidianamente, di diritti fondamentali come la dignità e il rispetto?

I Rapporti annuali di Amnesty International presentano regolarmente più o meno 150 schede su paesi. Questo significa che in tre quarti del pianeta ci sono violazioni, sistematiche o meno, dei diritti. Questo "fermo immagine" credo renda superfluo fare un elenco. Per sintetizzare, non c'è una regione del mondo in cui il dissenso non venga soffocato, gruppi di persone vengano discriminati, diritti fondamentali (alloggio, cibo, lavoro, salute) siano negati. Per non parlare dei conflitti, vecchi e nuovi. Sì, è vero, sembra di essere all'alba dei diritti. Ma credo sia meglio del tramonto.

Quali sono le storie che più ti hanno colpito in questi anni di lavoro?

Le storie delle attiviste per i diritti umani, che ho raccolto in un libro ("La stessa lotta, la stessa ragione", People 2020): Marielle Franco, Berta Caceres, Loujain al-Hathloul e tante altre. Dalla richiesta di giustizia alla difesa dell'ambiente, dalla rivendicazione di diritti alla lotta contro la discriminazione, sono le protagoniste delle campagne per il cambiamento. Anche quando, a causa del loro impegno, vengono assassinate, le loro storie non hanno mai fine e proseguono nell'impegno delle donne accanto a loro.

Cooperazione, dialogo e sostegno. Questi sono gli obiettivi che ogni governo del mondo dovrebbe portare avanti. Sempre. Eppure restano disarmanti e crudeli le immagini e i racconti che ci arrivano da diversi paesi. Luoghi dove spegnere la sete di giustizia del proprio popolo sfocia in violenza e repressione. Dalle guerre sanguinose alla crudeltà nelle carceri. Chi sceglie di lottare per la dignità umana deve essere difeso, deve essere sostenuto. La coscienza non può restare a guardare ma deve agire. Le preziose parole di Riccardo vanno raccontate e divulgate. Le sue informazioni condivise. Eppure nulla di più importante è sostenere. Sostenere l’infaticabile lavoro di Amnesty che tenta di raggiungere luoghi e persone che hanno bisogno di solidarietà. Se pensate che sia arrivato il momento di spalancare quella porta sino ad ora socchiusa sul mondo potete aprire i link che vi portano tra gli articoli di Riccardo!

Corriere della Sera

http://lepersoneeladignita.corriere.it/

Il Fatto Quotidiano

https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/rnoury/

Articolo21

https://www.articolo21.org/author/riccardo-noury/

Pressenza

https://www.pressenza.com/it/author/riccardo-noury/

AgoraVox Italia

https://www.agoravox.it/Riccardo-Noury-Amnesty

Per sostenere Amnesty International potete firmando le petizioni che trovate cliccando su questo link

https://www.amnesty.it/entra-in-azione/appelli/

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

domenica 21 febbraio 2021

Oltre i nostri confini - Parte 4 - “La storia di Delara Darabi”

Mercoledì 6 maggio 2009. Un lungo tappeto di fiori bianchi davanti all’ambasciata iraniana a Roma. Un ultimo saluto ad una giovane donna. Un pezzo del mio cuore raggiunge il dolore e la rabbia di una famiglia che ha perso una figlia. 


Delara Darabi aveva solo diciassette anni quando è stata condannata al patibolo. Il mondo ha versato lacrime di dolore quando questa giovane pittrice iraniana è stata impiccata in carcere il 1° maggio 2009. L’incubo di Delara è iniziato nel 2003. Il fidanzato diciannovenne rapina e uccide una cugina in casa. Per amore, lei, si dichiara autrice dell’omicidio per salvare il fidanzato dalla condanna a morte. Il fidanzato, Amir Hossein, viene condannato a dieci anni di carcere. Delara, nonostante non abbia ancora compiuto la maggiore età, ricevere la sentenza più pesante … la condanna a morte. A nulla sono valse le dichiarazioni poi fatte da Delara che, dopo la pesante condanna durante il processo in primo grado, ha affermato le sue reali motivazione. Cinque anni di carcere e un grande movimento internazionale che ne hanno chiesto la scarcerazione. Nulla è bastato per concedere ad una giovane pittrice la tanto desiderata libertà. L’ultima telefonata fatta alla sua famiglia dal carcere “Stanno per impiccarmi adesso, per favore aiutatemi, ditegli di non farlo!”. Un fiore bianco, tanti fiori bianchi, per ricordare quella esecuzione avvenuta la mattina del 1° maggio. Di Delara restano delle foto e diversi disegni che ci ricordano come la libertà, racchiusa nella mente e nel cuore di un essere umano, non può essere incatenata dietro le sbarre. 

In carcere è stata privata di colori e pennelli ma lei è riuscita a lasciare la sua anima nei disegni realizzati usando il carboncino e le dita delle mani. “Spero che i colori mi restituiscano alla vita. Sai cosa significa essere prigioniero dei colori? Significa me. La mia vita dai 4 anni in poi è stata fatta di colori. Compiuti i 17 anni, li ho persi. Ora la sola immagine che appare ogni giorno davanti ai miei occhi è quella di un muro. Io Delara Darabi, incarcerata per omicidio, condannata a morte ... mi sono difesa con i colori, le forme e le espressioni”. Iran Human Rights ci ricorda che sono almeno 63 i minori che sono stati messi a morte dal 2010. Che sono circa 80 i giovani che attendono l’esecuzione. Numeri che ci permettono di riflettere e capire quanto possa essere grave la violazione delle norme internazionali da parte dell’Iran. 
Prima di lasciarvi continua il nostro viaggio tra gli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Articolo 4 «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.».

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

venerdì 1 gennaio 2021

Free In The Heart - Libero nel cuore

Siamo persone che chiedono di essere ascoltate, perché sopravvivere non basta. Tutti hanno il diritto di poter volare per raggiungere la fonte della libertà. Ma siamo davvero liberi nel cuore? Ho scelto di affidare ad alcune donne l’arduo compito di portare questo blog accanto all’animo femminile. Le loro parole sono il nostro punto di partenza. Per cogliere. Per riflettere.

La domanda: Quale significato daresti alla frase “libero nel cuore”?

Le loro risposte:

Martina, 14 anni (studentessa)

Per me un cuore libero significa tante cose: significa essere liberi di esprimere un'opinione liberamente senza essere condizionato sia dal giudizio altrui sia dalla situazione in cui ci troviamo; essere libero di amare chi ci piace seguendo solo ciò che ci indica il cuore; essere liberi di sognare i nostri ideali o il nostro futuro o qualsiasi cosa senza che qualcuno ce lo impedisca o ci elimini, a priori, i nostri sogni che magari diventerebbero realtà; essere liberi di esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti, essere felici o tristi o gioiosi o malinconici e di piangere o ridere senza limiti; essere liberi di esprimere e di vivere quello che si è dentro al più profondo animo, senza che qualcuno ci cambi o ci induca a cambiare per piacergli, perché ognuno è libero di avere pregi e difetti, particolarità, specialità e nessuno lo dovrebbe impedire. Infine io penso che un cuore libero significhi prendersi le proprie responsabilità, che la vita ci porrà davanti, senza fermarci, sempre combattendo per la propria libertà.

Antonella, 18 anni (studentessa)

Sicuramente non è un’espressione che ha un perfetto ed unico significato, ma al contrario, può essere interpretata semplicemente pensando a ciò che ci fa sentire in quel modo, a ciò che il termine “libero” rappresenta per noi. Chiunque risponderebbe a questa domanda in modo diverso, perché ognuno di noi, ogni essere vivente, ha una sua definizione di libertà. Per una tigre, ad esempio, essere libera potrebbe significare il poter correre nel suo ambiente naturale, senza restrizioni. Per un uomo essere libero, potrebbe significare possedere il diritto di agire a suo arbitrio, senza che qualcuno gli ponga dei limiti, avere la possibilità di fare o non fare ciò che vuole e ciò che non vuole. Per una donna essere libera potrebbe significare il non essere giudicata per il suo abbigliamento, poter indossare ciò che vuole senza che nessuno le fischi dietro o la giudichi in qualsiasi modo. Per un adolescente potrebbe significare, magari, il poter scegliere quando tornare a casa, non avere orari, o prendere alcune scelte senza tener conto dei propri genitori, non seguire le regole. E per un bambino, l’essere libero, potrebbe significare mangiare dolci in quantità o colorare tutte le pareti di casa sua. Ognuno ha il suo concetto di libertà, ognuno si sente libero a suo modo, ma credo che sicuramente qualcosa che lega i concetti di libertà, ogni essere umano sia la ricerca di quel qualcosa che lo fa stare bene, sotto ogni punto di vista, di quel qualcosa che gli alleggerisce il cuore, che lo fa sentire vivo, che lo rende semplicemente se stesso. Quel qualcosa che gli doni speranza. Perché sappiamo tutti che la speranza è una delle poche cose che ci permette di andare avanti e di essere positivi sempre.

Valentina, 34 anni (infermiera)

Il mio essere libera nel cuore riguarda principalmente 2 sfere: una professionale e una personale. Per quanto riguarda la sfera professionale vorrei essere libera di poter svolgere la mia professione senza aver paura di poterla svolgere, senza paura di essere aggredita, senza paura di ammalarmi, senza paura di essere denunciata. Ma soprattutto vorrei essere libera di svolgerla al meglio in termini di crescita professionale, di lavorare con un team che punta all'eccellenza e non alla mediocrità. Dove ogni posto è guadagnato dal frutto della conoscenza e meritocrazia e non perché si è amici, parenti, figli di... Vivere in un luogo di lavoro dove si punta al benessere del paziente e alla best practice e non che si lavori solo per avere l'accredito dello stipendio a fine mese. Vorrei avere le stesse opportunità di un collega del Nord Italia o Svizzera, Germania, Inghilterra etc etc e di conseguenza anche gli stessi pazienti devono avere le stesse opportunità. Ricordiamo che l'articolo 32 della Costituzione italiana afferma che "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti." ma vedo che questo diritto non è proprio tutelato ovunque. È brutto vivere con quella sensazione di esser nata nel posto sbagliato e desiderare di essere altrove, ma fa tanta rabbia rendersi conto che nessuno si adopera al cambiamento, nemmeno i giovani e c'è una sorta di adattamento a tutto, con quella frase "si è sempre fatto così" vale a dire la morte professionale, eppure i presupposti ci sarebbero. Eppure basterebbe svolgere in maniera professionale il proprio lavoro. Per quanto riguarda invece la sfera personale, a volte vorrei ritornare ad avere quella leggerezza, quella innocenza del cuore di un bambino, o la spensieratezza di un adolescente o maggiorenne dove le preoccupazioni si concentrano maggiormente nel superare una interrogazione o un compito in classe, o piacere a quel bellissimo ragazzo. Vorrei tanto ritornare a credere a Babbo Natale, alla magia del Natale, alle belle favole. Crescere è bello, essere moglie è bello ma comporta tante responsabilità e obblighi a cui non puoi sfuggire; Si acquista tanta libertà ma se ne perde anche tanta. E penso: quando ero piccola desideravo tanto crescere, trovare l'amore della vita, sposarmi, avere dei figli, una casa ed ora che ho quasi ottenuto tutto vorrei tanto ritornare piccola e godermi ancora quelle 2 settimane di vacanze natalizie a casa con mamma e papà

Raffaella, 45 anni (impiegata)

È da un paio di giorni che mi interrogo sul concetto di "libero nel cuore", e il mio lato più sognatore vorrebbe parlare di libertà nell'essere ciò che si desidera davvero senza convenzioni o costrizioni di alcun tipo. Una libertà assoluta nel poter sentire, essere, dire o fare ciò che fa stare davvero bene il nostro cuore, il nostro essere più intimo e profondo. E invece sai una cosa? Per me è un concetto davvero difficile da visualizzare anche solo con il pensiero. Ti faccio un esempio: questa mattina ci siamo svegliati sotto 20 centimetri di neve, e il mio primo pensiero è stato per mia mamma che vive a 15 chilometri e che oggi sicuramente non riuscirei a raggiungere se avesse bisogno. Ti spiego meglio: il mio cuore è sempre abitato dalla cura e dal pensiero per i miei affetti più cari in qualunque momento della mia vita. E forse sono io troppo empatica, o forse troppo ansiosa non so come altro spiegarlo... Ma sento che il mio cuore è nato per vivere in questo modo, e forse la sua libertà è proprio quella di scegliere di prendersi cura di chi ama davvero. Magari a discapito di quella libertà assoluta e senza vincoli che non ti nego avrei voglia di provare, anche una sola volta. Ma forse essere liberi di amare senza limiti è la vera libertà.

Antonia, 66 anni (casalinga)

Il significato che io do alla frase “libero nel cuore” è di sentirci liberi di amare, liberi di sognare. Un cuore libero ci permette di arrivare lontano. Un cuore libero ama e vive una vita fatta di consapevolezza e saggezza. Coloro che sono liberi nel cuore amano e vivono una vita felice.


In primis ringrazio le splendide donne che mi hanno permesso di arricchire questo articolo. Relazionarsi e ascoltare ci permette di crescere sempre. Non possiamo fingere che la libertà non sia un diritto fondamentale. Lottare attraverso le parole. Chiedere sostegno o inseguire un sogno. Il desiderio di libertà parte sempre da dentro, batte all’unisono col cuore per poi cercare uno spiraglio di luce. Molti sono gli uomini, le donne e i giovani che hanno cercato, e cercano oggi, di portare libertà nei luoghi, nei paesi, nelle menti di chi non sa ascoltare. Una lotta quotidiana in cui tutti siamo chiamati a dare un contributo. Prima di essere liberi fuori è importante essere liberi nel cuore. E anche se la strada è tutta in salita, vale sempre la pena percorrerla
.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

sabato 5 dicembre 2020

Attraverso gli occhi di Gennaro

È attraverso gli occhi di Gennaro, trascinata dalle sue emozioni, che posso trovare e vivere esperienze che a volte non sembrano toccare il nostro interesse collettivo. Il salvataggio di uomini, donne e bambini che sfidando la morte in mare tentando di aggrapparsi ad un futuro migliore. Gennaro Giudetti ha lavorato per Operazione Colomba – Colombia, Palestina e Libano.

Tratto dal documentario “La febbre di Gennaro”, durante una delle tante operazioni di soccorso in mare della Sea Watch, e la testimonianza di Gennaro che racconta «Ho visto una mano che fuoriusciva dall’acqua. Sembrava fosse già annegata. Il sesto senso mi ha detto di provare a salvare quella mano. Sentivo che c’era ancora speranza. Ricordo che l’ho presa. L’ho tirata fuori dall’acqua. Chiaramente stava male ma ci chiedeva di sua figlia. Una figlia che non riuscivamo a trovare perché sicuramente era già caduta in acqua, Non si sa dove. La corrente era molto forte».


Un racconto che ti trascina su una barca fatiscente, che ti fa sentire sulla pelle la disperazione di un altro essere umano. Perché in qualunque posto Gennaro sceglie di portarci è importante che ognuno di noi non dimentichi la sofferenza di un altro essere umano. Gennaro è di Taranto ma sul suo passaporto troviamo luoghi come il Niger, la Colombia, la Palestina, il Libano, il Congo e lo Yemen. Senza dimenticare il suo supporto per i salvataggi in mare con la Sea Watch e, attraverso Medici Senza Frontiere, la presenza
negli ospedali di Lodi e Codogno per supportare e superare l’emergenza Covid.

Da quanti anni lavori per Medici senza frontiere?

Per Medici senza frontiere lavoro dal 2018. Ho iniziato con l’emergenza ebola in Congo.

Perché hai scelto di lavorare per questa ONG?

È un’organizzazione che mi piace sicuramente perché è indipendente. Che opera sul campo e in prima linea. Risponde alle grosse emergenze a livello mondiale, in maniera autonoma, indipendente, neutrale e non politicamente controllata.

Quali paesi hai visitato?

In Congo per l’emergenza ebola, colera e morbillo. In repubblica centrafricana per un progetto contro la violenza sessuale. In Yemen per l’emergenza Covid e in Italia a Codogno e Lodi e nelle carceri italiane, sempre per l’emergenza Covid.  

I luoghi che ti sono rimasti nel cuore?

Sicuramente la Colombia per l’Operazione Colomba*. Con Operazione Colomba ho lasciato un pezzo del mio cuore nella comunità di pace di San José de Apartado. È stata un’esperienza fortissima. Questa comunità di pace lotta quotidianamente contro i paramilitari per avere un mondo più giusto ed equo. Senza coltivare cocaina. Questo chiaramente comporta anche la perdita di vite umane e molti sono proprio gli abitanti della comunità di pace. Ogni posto ha la sua particolarità. Un altro posto dove ho lasciato il cuore è in Italia per l’emergenza Covid. Ero nel mio paese per la prima volta ed è stata un’esperienza forte. Erano persone che potevo conoscere benissimo perché compaesani. Dal punto di vista emotivo è stato molto forte.

Cosa significa per te la parola solidarietà?

Secondo me è un concetto che aimè purtroppo in questo periodo storico si va perdendo. Andrebbe rispolverata. Solidarietà significa non girarsi dall’altra parte quando qualcuno ci chiede aiuto. È importante ascoltare quel grido d’aiuto che ci arriva in maniera quotidiana. Se ci mettessimo nei panni di chi ci chiede aiuto sicuramente non saremmo così indifferenti a queste richieste.  


Siamo lo specchio delle nostre scelte. Il riflesso che ci permette di essere diversi. E Gennaro non è una persona come tante. Ho visto il documentario “La febbre di Gennaro”, in collaborazione con Medici senza Frontiere, l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Sea Watch. La regia è affidata a Daniele Cini e Claudia Pampinella ed in questi mesi è in viaggio in tutta Italia per essere proiettato. Se ne avete l’opportunità guardatelo. Per quell’abbraccio tra Gennaro e una giovane donna salvata in mare. Per il sorriso
di Brígida, che vive nella Comunità di Pace di San José de Apartado, in Colombia. Per i bambini palestinesi che chiedono un futuro. Per le famiglie siriane che sopravvivono tra le bombe che distruggono le loro case e le loro vite. Attraverso gli occhi di Gennaro abbiamo tanto da imparare, in primis cos’è la solidarietà.

* Operazione Colomba è l’ambizione di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra.

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

giovedì 12 novembre 2020

Oltre i nostri confini - Parte 3 - “La storia di Ahmed Ismail Khatib”

Condividere una storia. Regalare ad un’altra persone le stesse emozioni. Sono tante le sensazioni che hanno accompagnato il mio viaggio nella storia del piccolo Ahmed Ismail Khatib. Con il cuore e con la mente “Look at the world through the eyes of a child means to see a future full of hope and freedom ...” (Guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino significa vedere un futuro pieno di speranza e libertà ...).

È il 3 novembre 2005. A Jenin, città palestinese nella Cisgiordania del Nord, si festeggia la fine del Ramadan. Un giorno fatto di gioia e condivisione che conclude un mese di benedizione e di misericordia. Un mese in cui i musulmani hanno digiunato dall’alba al tramonto. Un bambino palestinese di undici anni gioca con il suo mitra giocattolo. Corre e sorride. Poi un colpo di fucile. Il piccolo Ahmed è ferito gravemente alla testa. Un militare israeliano ha scambiato quell’arma giocattolo in una vera, lo ha fatto a 130 metri di distanza. Un giorno di festa d’improvviso diventa un giorno di disperazione e dolore. La corsa in ospedale e una famiglia inghiottita da una vicenda che ti cambia la vita per sempre. Eppure restano indelebili le parole dello zio di Ahmed «Non importa a chi vanno gli organi di Ahmed: a un ebreo, a un druso o a un musulmano. Un bambino è un bambino». Sua madre «Mio figlio è morto. Forse solo così potrà restituire ad altri la vita. Che siano arabi o ebrei, non importa». Così il destino concede una nuova luce a chi ne ha più bisogno. Vengono donati il fegato, i reni e i polmoni. Anche il suo piccolo cuore torna a battere. Salva la vita alla dodicenne ebrea israeliana Samah che attendeva un trapianto da cinque anni. Una storia che ha tanto da insegnare diventa una pellicola. Un film documentario dal titolo “Heart of Jenin” che nel 2008 viene scritto e diretto da Marcus Vetter e Leon Geller. Il film ripercorre il viaggio di Ismael Khatib, il papà del piccolo Ahmed, che sceglie di incontrare le famiglie che hanno visto salvare le vite dei loro figli grazie agli organi donati da suo figlio. Tra i tanti riconoscimenti segnalo il Premio per la pace dell'Assia presso il Parlamento statale di Wiesbaden in Germania, ricevuto da Ismael Khatib nel 2010. Il premio Cinema for Peace Awards 2009. Il premio Valladolid International Film Festival 2008 e il premio German Film Awards 2010. Vale sempre la pena guardare al passato sapendo di poter illuminare nuovamente una luce che il tempo, a volte, tende a smarrire. Di sera, nel tepore della nostra casa, una tazza di the caldo può riscaldare i nostri pensieri … e anche una storia speciale può accarezzare il cuore. Il nostro viaggio tra gli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si sofferma all’articolo 3 che ribadisce come «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.»

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

venerdì 16 ottobre 2020

Oltre i nostri confini - Parte 2 - “La storia di Nojoud Ali”

È importante ricordare che «Quando un uomo distrugge il futuro di un bambino. Quando un uomo permette ad altri uomini di calpestate il futuro di un bambino. Lui non è più un uomo ... è un codardo!». Un messaggio che chiede giustizia per le tante spose bambine. Piccole anime private della loro infanzia per essere date in moglie in tenerissima età. Sono paesi come il Niger, la Repubblica Centro Africana, il Chad, il Bangladesh, e ancora, il Burkina Faso, il Mali, il Sud Sudan, la Guinea, il Mozambico, il Malawi e la Somalia. Luoghi dove il futuro di molte bambine viene spesso già segnato alla nascita. Promesse spose a uomini molto più grandi di loro. In Bangladesh detiene il primato. Il 52% delle ragazze convola a nozze prima dei 18 anni, il 18% prima dei 15 anni e il 2% sono bambine con meno di 11 anni. In paesi devastati dalle guerre e dalla carestia le bambine vengono vendute per permettere al resto della famiglia di sopravvivere. Le famiglie credo di salvarle dalla povertà ma in realtà questo non accade diventando vittime della violenza domestica, l’impedimento all’istruzione e la morte, spesso, causata da gravidanze che i corpi di queste piccole bimbe non sono ancora in grado di affrontare.


Oggi vorrei raccontarvi la storia di Nojoud Ali e portarvi in un villaggio dello Yemen. Una storia dove la povertà di una famiglia trascina una bambina di soli nove anni ad un matrimonio forzato con un uomo di trent’anni. Un matrimonio fatto di violenza e che dopo due mesi vede la piccola Nojoud chiedere aiuto ad un magistrato. È la seconda moglie di suo padre a suggerirle di scappare e cercare un tribunale per chiederne il divorzio. Aiutata dall'avvocato Chadha Nasser, troverà la libertà spezzando le catene di un matrimonio fatto di violenza e umiliazioni. L’avvocato accusa il marito e il padre di aver mentito sulla reale età della piccola. Il marito ha infranto la legge che vieta i rapporti intimi con una giovane sposa che non ha ancora raggiunto la pubertà. Il giudice propone il ricongiungimento della coppia dopo un intervallo di circa 3-5 anni ma Nojoud non accetta. Il 15 aprile 2008 finalmente il tribunale le concede il divorzio. La bimba deve risarcire il marito pagando mille riyal (circa 360 euro) ma non è sola. A sostenerla lo Yemen Times che raccoglie la cifra richiesta attraverso una colletta. Una storia a lieto fine che ci ricorda che questa vicenda resta, a tutt’oggi, la punta di un iceberg. Dalla vicenda nasce un libro scritto dalla stessa Nojoud e dalla giornalista franco-iraniana Delphine Minoui e dal titolo «Moi Nojoud, 10 ans, divorcée» (Io, Nojoud, dieci anni, divorziata). Un best seller tradotto in 15 lingue e che ha ispirato un film dal titolo «La sposa bambina», realizzato dalla regista Khadija al-Salami nel 2014. Un consiglio personale. Trovate il tempo per leggere o vedere il film ispirato alla storia di Nojoud Ali. Perché, come mi piace spesso ripetere, è importante guardare anche oltre i nostri confini. La libertà di poter vivere una infanzia serena. Il diritto di poter andare a scuola. Il dovere di proteggere l’innocenza violata. Le leggi che tutelano i diritti dell’infanzia, spesso, non arrivano nelle zone rurali dove le tradizioni sono difficili da sradicare ma parlarne, sostenere chi tende la mano alle tante bambine in cerca di aiuto, è un primo passo che ci avvicina a loro. Non dimentichiamole.

Prima di lasciarvi torniamo a dare nuovamente uno sguardo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’articolo 2 ci ricorda che «Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.»

Mariacarmela Ribecco (Human Rights Activist)

Libertà violate

Varcare, superare le porte di un carcere per ritornare alla propria vita. L’innocenza di un essere umano può nascondersi tra leggi e sentenz...